fBB 9 febbraio 1891 nasce a Faenza Pietro Nenni.

9 febbraio 1891 nasce a Faenza Pietro Nenni.

Per ricordarlo torniamo al 4 luglio del 1944.

Per ricordarlo torniamo al 4 luglio del 1944. Erano le 18 e il sole ancora alto, su piazza Cavour, riusciva a illuminare Castel Sant’Angelo. Pietro Nenni, segretario del Psiup, all’Adriano prese la parola davanti a una folla di cittadini, di militanti, di gente comune, tutti accorsi in quel cinema per ricordare Bruno Buozzi assassinato un mese prima dai nazisti in fuga da Roma.
Disse, in un silenzio che avvolgeva come un sudario quella sala: «Una lunga consuetudine di battaglie comuni con Bruno Buozzi mi consente questa sera, davanti alla popolazione romana, di evocare il suo ricordo in una forma insolita cercando non tanto di parlare di lui, ma di evocare quello che egli avrebbe detto se a lui fosse toccato l’onore che meritava, di stabilire il primo contatto politico fra il nostro partito e la classe lavoratrice».
Qui, sulla parola “lavoratrice”, le cronache raccontano che scattò l’applauso. Commosso, partecipato. Perché chi era in quella sala lo viveva ancora come il capo sindacale di tante battaglie, a volte vittorioso, a volte sconfitto, ma mai prostrato, mai messo in ginocchio, nemmeno quando i fascisti lo avevano costretto ad andare via dall’Italia, a cercare all’estero i modi per non far tacere la voce del sindacato, la voce dei lavoratori.
Figlio di una famiglia modesta, Nenni, come Buozzi, d’altro canto. Orfano di padre giovanissimo, accolto in un orfanotrofio dove manifestò il suo carattere politicamente esuberante scrivendo su un muro “Viva Bresci”, cioè inneggiando all’anarchico che aveva ucciso Umberto I, il re che aveva decorato Bava Beccaris che a Milano aveva sparato sulla folla affamata, soddisfacendo con il piombo il bisogno di pane. Così simili eppure così diversi; nati a un centinaio di chilometri l’uno dall’altro, cioè a Pontelagoscuro (Ferrara), Buozzi, a Faenza in provincia di Ravenna, Nenni; Emilia da un lato, Romagna dall’altro. Socialista da sempre, Buozzi; convertito al socialismo, Nenni, dopo un passato nel Partito Repubblicano.
La diversità politica tra i due era chiara. Anche se poi Buozzi era un riformista molto unitario e non solo nel sindacato (ne sapeva qualcosa Nenni che dal leader della CGdL era stato difeso quando Modigliani ne chiedeva l’espulsione). Il rapporto con i comunisti, soprattutto nell’esilio, aveva provato a difenderlo o, comunque, a non interromperlo del tutto, nemmeno sotto la pressione della patto Molotov-Ribbentrop. Ma è chiaro che quella scelta del 1922, quando Nenni era rimasto nel Psi e Buozzi aveva deciso di seguire i suoi vecchi compagni nel Psu, aveva finito per allontanarli anche se poi la distanza era stata colmata dalla solidarietà che scattava tra esiliati, tra uomini comunque accomunati da una idea e da un ideale, costretti per l’una e per l’altro ad abbandonare il proprio Paese.
Nenni concludeva quella sua serata con toni accorati: «Ecco, io credo... di aver detto le cose che meglio di me avrebbe detto stasera Bruno Buozzi se un mese fa i briganti nazi-fascisti in fuga non lo avessero abbattuto come un cane... Avrebbe trovato... in mezzo alle ragioni di angoscia che ci assalgono motivo di fiducia inalterabile nel prossimo domani. E credo di essermi imbattuto anch’io in questo motivo di fiducia venendo ieri da Napoli... Mentre l’automobile correva sulla Casilina verso altre rovine vidi un vecchio contadino curvo sotto il peso della solforatrice e che nel sole infocato andava alla ricerca di qualche tralcio di vite scampata per miracolo all’uragano. In quel contadino Bruno Buozzi avrebbe celebrato il lavoro che fa rinascere la civiltà».

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