fBB Aldo Moro (Alcune considerazioni di Giorgio Benvenuto)

Aldo Moro (Alcune considerazioni di Giorgio Benvenuto)

Quando si parla di Aldo Moro mi torna in mente la telefonata che Donat Cattin gli fece dopo la morte dell’agente Annarumma in pieno autunno caldo per chiedergli consiglio in un momento tanto drammatico. Alla telefonata assistemmo noi Segretari dei metalmeccanici (Bruno Trentin, Luigi Macario, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto). Il Ministro del Lavoro era pressato dal Presidente del Consiglio Mariano Rumor perché convocasse le Confederazioni sindacali, estromettendo i metalmeccanici, e chiudesse il rinnovo del contratto con la Confindustria. Moro gli disse invece di andare avanti, di proseguire il negoziato con Fim, Fiom e Uilm. Lo avrebbe appoggiato. Era la cosa giusta da fare. Nel giugno del 1969 del resto Moro si era presentato al Congresso del suo partito, la Dc, in veste di oppositore, mentre le Acli a Torino al loro congresso “rompevano” con il collateralismo che le legava elettoralmente alla Dc. Moro come le Acli aveva compreso che una realtà nuova si era affacciata alla ribalta della società italiana. Si doveva andare avanti, appunto, non si poteva restare fermi. Una coerenza che del resto lo aveva accompagnato nella sua vita, sia pure con tutte le prudenze, che spesso divenivano l’espressione di un coraggio politico nell’affrontare la realtà che in pochi possedevano. E’ facile dire che aveva la qualità dello statista, ma forse è ancora meglio ricordare la sua idea di umanesimo che questa frase rende molto bene: “una democrazia , cioè un atto di rispetto per l’uomo, per ogni uomo, per tutto l’uomo, per tutte le esperienze in cui si esprime e si concreta la sua libertà non può che riconoscere, difendere ed arricchire questo vasto e vario contesto sociale…”. Un politico di tale valore nel tempo ha visto nel ricordo sfumare le sue qualità politiche al cui posto si sono invece insediati i troppi misteri sulla sua atroce uccisione da parte dei terroristi delle Br. Si è spesso discusso se Moro si muovesse prima del suo rapimento all’interno del compromesso storico. La risposta la si ebbe dopo la sua morte che sancì invece l’inizio di una tormentata agonia della prima Repubblica, che molto probabilmente per Moro era il vero pericolo incombente. Quei misteri mai del tutto svelati, che evocano anche torbidi risvolti, del resto non sono simili ad altre tragedie di quel periodo? La bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano, il sanguinoso attentato alla stazione di Bologna…Ed in tutto questo si avverte uno dei grandi mali della nostra Repubblica, vale a dire l’opacità che si annida nelle sue realtà istituzionali. Alla fine cosa è rimasto? La verità delle Br e poco altro. Che sarà pure una verità, ma che non cancella dubbi sui depistaggi o un senso di amarezza nel vedere liquidate le lettere poi ritrovate come una espressione troppo condizionata dalla prigionia per essere credibile. Ma quale è allora l’eredità che si lascia alle generazioni future? Può essere solo quella dell’aver rinunciato a capire fino in fondo cosa era davvero avvenuto? Gli anni ’80 hanno avuto dei sussulti, difficili ma anche positivi, però non hanno preparato l’Italia ai grandi cambiamenti mondiali che si sarebbero avverati. Dagli anni ’90 in poi questa deriva si è accentuata con un declino della politica in cui credeva Aldo Moro sempre più evidente. Finiti i partiti di massa, finite le distinzioni ideali, finita la costruzione di una nuova classe dirigente. Tutti i fenomeni che nascono da lontano sui quali è mancata la lettura lungimirante di un politico che, al di là delle formule, puntava le sue riflessioni sulla necessità di garantire stabilità alla nostra democrazia. E’ stabilità voleva dire fare i conti con la realtà. Da Aldo Moro inoltre, come da altri esponenti politici dell’epoca, arrivava anche un altro messaggio, poi disatteso. Vale a dire l’indicazione del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo come punto di forza e non di debolezza di una Europa capace di esprimere una sua identità nello scacchiere mondiale dove si consumava il retaggio dei blocchi contrapposti est-ovest. Ecco perché il permanere di punti interrogativi sulla tragedia Moro per molto tempo ha anche impedito di approfondire quel periodo storico, le sue ragioni, le sue contraddizioni, il peso di una sorte incompiuta. Perché lo si voglia o no, di quella sorte anche questa Italia è finita per essere figlia. 14 maggio 2020

Quando si parla di Aldo Moro mi torna in mente la telefonata che Donat Cattin gli fece dopo la morte dell’agente Annarumma in pieno autunno caldo per chiedergli consiglio in un momento tanto drammatico. Alla telefonata assistemmo noi Segretari dei metalmeccanici (Bruno Trentin, Luigi Macario, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto). Il Ministro del Lavoro era pressato dal Presidente del Consiglio Mariano Rumor perché convocasse le Confederazioni sindacali, estromettendo i metalmeccanici, e chiudesse il rinnovo del contratto con la Confindustria. Moro gli disse invece di andare avanti, di proseguire il negoziato con Fim, Fiom e Uilm. Lo avrebbe appoggiato. Era la cosa giusta da fare. Nel giugno del 1969 del resto Moro si era presentato al Congresso del suo partito, la Dc, in veste di oppositore, mentre le Acli a Torino al loro congresso “rompevano” con il collateralismo che le legava elettoralmente alla Dc. Moro come le Acli aveva compreso che una realtà nuova si era affacciata alla ribalta della società italiana. Si doveva andare avanti, appunto, non si poteva restare fermi. Una coerenza che del resto lo aveva accompagnato nella sua vita, sia pure con tutte le prudenze, che spesso divenivano l’espressione di un coraggio politico nell’affrontare la realtà che in pochi possedevano. E’ facile dire che aveva la qualità dello statista, ma forse è ancora meglio ricordare la sua idea di umanesimo che questa frase rende molto bene: “una democrazia , cioè un atto di rispetto per l’uomo, per ogni uomo, per tutto l’uomo, per tutte le esperienze in cui si esprime e si concreta la sua libertà non può che riconoscere, difendere ed arricchire questo vasto e vario contesto sociale…”. Un politico di tale valore nel tempo ha visto nel ricordo sfumare le sue qualità politiche al cui posto si sono invece insediati i troppi  misteri sulla sua atroce uccisione da parte dei terroristi  delle Br. Si è spesso discusso se Moro si  muovesse prima del suo rapimento all’interno del compromesso storico. La risposta la si ebbe dopo la sua morte che sancì invece l’inizio di una tormentata agonia della prima Repubblica, che molto probabilmente per Moro era il vero pericolo incombente. Quei misteri mai del tutto svelati, che evocano anche torbidi risvolti, del resto non sono simili ad altre tragedie di quel periodo? La bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano, il sanguinoso attentato alla stazione di Bologna…Ed in tutto questo si avverte uno dei grandi mali della nostra Repubblica, vale a dire l’opacità che si annida nelle sue realtà istituzionali. Alla fine cosa è rimasto? La verità delle Br e poco altro. Che sarà pure una verità, ma che non cancella dubbi sui depistaggi o un senso di amarezza nel vedere liquidate le lettere poi ritrovate come una espressione troppo condizionata dalla prigionia per essere credibile. Ma quale è allora l’eredità che si lascia alle generazioni future? Può essere solo quella dell’aver rinunciato a capire fino in fondo cosa era davvero avvenuto? Gli anni ’80 hanno avuto dei sussulti, difficili ma anche positivi, però non hanno preparato l’Italia ai grandi cambiamenti mondiali che si sarebbero avverati. Dagli anni ’90 in poi questa deriva si è accentuata con un declino della politica in cui credeva Aldo Moro sempre più evidente. Finiti i partiti di massa, finite le distinzioni ideali, finita la costruzione di una nuova classe dirigente. Tutti i fenomeni che nascono da lontano sui quali è mancata la lettura lungimirante di un politico che, al di là delle formule, puntava le sue riflessioni sulla necessità di garantire stabilità alla nostra democrazia. E’ stabilità voleva dire fare i conti con la realtà. Da Aldo Moro inoltre, come da altri esponenti politici dell’epoca, arrivava anche un altro messaggio, poi disatteso. Vale a dire l’indicazione del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo come punto di forza e non di debolezza di una Europa capace di esprimere una sua identità nello scacchiere mondiale dove si consumava il retaggio dei blocchi contrapposti est-ovest.   Ecco perché il permanere di punti interrogativi sulla tragedia Moro per molto tempo ha anche impedito di approfondire quel periodo storico, le sue ragioni, le sue contraddizioni, il peso di una sorte incompiuta. Perché lo si voglia o no, di quella sorte anche questa Italia è finita per essere figlia.                                                                  14 maggio 2020

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