fBB Bettino Craxi a vent’anni dalla scomparsa

   19 Gennaio 2020

Bettino Craxi a vent’anni dalla scomparsa

Un ricordo

Un ricordo A venti anni dalla morte di Bettino Craxi in Italia per quei paradossi storici che ogni tanto avvengono, la situazione di allora si è capovolta. In quell’inizio del 2000 la sua commemorazione in Parlamento subì la stessa sorte di quella di Aldo Moro, con la bara vuota, mentre il leader socialista veniva seppellito ad Hammamet. Oggi avviene in qualche modo il contrario: ad Hammamet è il momento del ricordo , mentre in Italia torna a prendere forma un tentativo, tardivo probabilmente ma necessario, di riflessione sul Bettino Craxi politico e quindi più reale e, quindi lo statista, il riformista socialista, .
Un tentativo non facile, ancora avversato dagli effetti di un clima d’odio che probabilmente non ha eguali nella storia più recente dell’Occidente di cui Craxi però fu, lo si voglia o no, un protagonista ed un lucido avversario non tanto e non solo del comunismo quanto del totalitarismo.
Il film di recente uscita “Hammamet” ha contribuito indubbiamente a riproporre una memoria storica che appariva condannata ad una rimozione senza appello, sostituita dalla egemonia di un pensiero giustizialista che come è noto ha sempre avuto bisogno di “nemici” per alimentare la sua presenza. Probabilmente però si è voluto da più parti attribuire una valenza al film che non poteva avere, perché a mio parere rimane una bella e toccante riflessione sul tramonto amaro di un protagonista della storia, il cui tratto umano prevale inevitabilmente su ogni altra considerazione. Forse l’unico atto di accusa, implicito ma evidente, riguarda l’assenza di una vera trattativa per salvare la vita a Craxi come avvenne del resto per Aldo Moro.
Non a caso l’unico riconoscimento praticamente unanime va alla formidabile performance dell’attore che impersona Craxi.
La politica resta fuori, si è detto. Perché quel film semplicemente non poteva diventare “politico”. Il ritorno a una rilettura politica e storica spetta ad altri, anche se si fa fatica in questa direzione forse solo perché venti anni sono ancora troppo pochi in un Paese che nel frattempo ha perduto consapevolezza su quello che è stato quel periodo storico con i partiti, i rapporti fra politica e società, la divisione in blocchi ideologici, il valore della politica internazionale.
In un saggio convincente sulla parabola della sinistra italiana Barbara Spinelli ricorda il messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla famiglia dopo la scomparsa di Craxi che si distaccava nettamente dalle commemorazioni del tempo ed in modo che la stessa Spinelli giudica “insolito”: “contribuì in modo significativo alla difesa dell’Occidente ed al consolidamento della pace”.
Fabio Martini in un suo recente libro “Controvento, la vera storia di Bettino Craxi”, ricorda il resoconto della seduta straordinaria della Camera dei Deputati il 20 gennaio 2000 nel corso della quale intervennero tra gli altri il presidente Luciano Violante e il presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Dopo aver accennato alla battaglia craxiana contro il “conservatorismo privo di futuro della DC e del PCI Luciano Violante affermava: “la tentazione di calare il sipario, pronti alla recita del giorno dopo, può fare aggio su tutto, ma questa volta non può essere così” perché “il senso complessivo della sua vita (ndr, Bettino Craxi) non può essere attinto solo da processi e condanne, perché la morte di un uomo così complesso, oggetto di tanti odi e di tanto affetto e destinatario di apologie e di tradimenti come forse nessun altro italiano della nostra epoca, non è una porta che si chiude. È una porta che si apre”. E Massimo D’Alema sottolineava tra l’altro: “non è più tempo di recriminazione, solo la storia giudicherà grandezza ed errori”.
Parole che sono state dimenticate ben presto, naturalmente. Eppure evocano un terreno di approfondimento che andrebbe ripreso per uscire finalmente da uno schema di giudizio che propone una contrapposizione che oggi non ha davvero più senso fra demonizzazione ed esaltazione acritica. In quel saggio la Spinelli al dunque ricorda che con la caduta del muro di Berlino il vuoto culturale e politico che ne è seguito non solo ha decretato la fine della prima Repubblica ma ha seppellito in buona parte le prospettive di una sinistra che fosse tale in uno scenario profondamente mutato.
C’è molto di vero in questo. Intanto perché ci sono due grandi silenzi che non sono mai stati affrontati come si deve: il valore della esperienza del primo centrosinistra con il ruolo riformatore dei socialisti che poteva condurre ad una evoluzione ben diversa della sinistra italiana e che comunque è l’inizio di un riformismo socialista moderno che ha poi mostrato tante luci ed ombre come sappiamo, ma ha inciso con Craxi nella vita economica e sociale del Paese.
Di certo il “vuoto” lasciato dall’89 del muro di Berlino non fu colmato con quel coraggio culturale e politico che ci si poteva aspettare. Fu una grande occasione persa ed un limite politico di tutti i protagonisti di quel tempo. Cosa sarebbe infatti stato necessario fare: una nuova Bad Godesberg per ridefinire il ruolo della sinistra dopo che erano cadute le divisioni ideologiche ma anche in previsione di scenari internazionali del tutto inediti come poi avverrà con l’avvento della prima globalizzazione. Andando quindi anche oltre il problema storico dell’unità fra forze socialiste e quindi del rapporto da reinventare o saldare fra Psi e post-comunisti.
In realtà il tutto si ridusse inevitabilmente ad una lotta per il potere cui non rimase estranea, senza bisogno di rifarsi agli aspetti processuali, anche l’influenza nella opinione pubblica di Tangentopoli e di Mani pulite.
In secondo luogo andrebbe riflettuto meglio e di più su quella politica estera che si intravede rappresentata nel messaggio di Ciampi. L’impegno di Craxi come “difensore” dell’Occidente è sparito praticamente dalla riflessione storico-politica ed è un errore. Pensiamo al sostegno dato agli oppositori dei totalitarismi sudamericani, pensiamo all’appoggio dato alla Cecoslovacchia di Havel o alla convinzione con la quale ha sostenuto le ragioni di Solidarnosc. Od ancora alla difficile scelta sui “missili” che, come giustamente si è osservato, ha cambiato assai più di Sigonella lo scenario internazionale ed europeo, indebolendo ancor di più il blocco sovietico.
Assai meno curioso a dire il vero è il silenzio sull’accordo storico con la Chiesa che vide la revisione del Concordato. Che non sia mai andato giù a comunisti e sinistra cattolica è comprensibile. Perdeva significato il togliattismo, (che pure aveva avuto effetti positivi nell’evitare durante la contrapposizione ideologica fra ovest ed est anche tensioni sul terreno religioso) per un verso e la scelta di un dialogo diretto ed “esclusivo” fra cattolici e comunisti propugnato dalla seconda. Ma così facendo ancora una volta si trascura il valore internazionale e nazionale di quella scelta fortemente voluta da Craxi. Il nuovo Concordato, come fu sostenuto dall’editoriale del 1984 di Avvenire dal titolo emblematico “un impegno comune in favore dell’uomo”, aveva un significato che andava oltre la risistemazione del rapporto fra Stato e Chiesa. In realtà metteva la parola fine ad uno storico anticlericalismo non solo di marca socialista, riconosceva il ruolo mondiale della Chiesa di Papa Giovanni Paolo II, il Papa polacco. Ma collocava anche il riformismo socialista su una lunghezza d’onda che recuperava scelte avanzate sul piano dei diritti civili, dell’economia e del lavoro, compiute con la collaborazione di forze cattoliche e del riformismo socialista. Si pensi solo alla realizzazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori voluto da Giacomo Brodolini, sostenuto con forza dalle Acli, condotto a termine da Donat Cattin e Gino Giugni.
Si dimentica come Craxi arrivò all’accordo sul Concordato che aveva visto fallire cattolici come Andreotti e laici come Spadolini. Ci arrivò dopo un risoluto affondo di rinnovamento della cultura socialista; ci arrivò dopo aver difeso con vigore la legge sull’aborto; ci arrivò come erede di quel Nenni che aveva guidato i socialisti a votare “no” all’articolo 7 della Costituzione.
Ma quella revisione era un segnale importante anche per il mondo, non solo perché con Giovanni Paolo secondo la libertà religiosa aveva acquistato un valore forte anche di emancipazione anche “politica” della dignità della persona (vedi il sostegno alla Polonia ed ai fermenti nell’Est europeo) e della promozione sociale (vedi l’attenzione alle aspirazioni dei popoli del terzo e quarto mondo) ma in quanto ricordava anche a tutti il significato positivo della collaborazione fra laici e Chiesa che aveva avuto un potente impulso dal concilio Vaticano II.
Sarebbe quindi utile andare oltre gli aspetti divisivi sulla figura di Craxi che possono suscitare polemiche ormai sterili e tornare invece a confrontarsi con il declino inarrestabile che ha accompagnato il percorso della sinistra italiana dagli anni ’90 in poi con le sudditanze che ne hanno compromesso la credibilità a partire da quella subita ed accettata nei confronti della finanza.
Od anche, perché negarlo l’incapacità a contrastare quei modelli di comportamento introdotti dal Berlusconismo, vedi il mito del successo individuale, mettendo fra parentesi valori come la solidarietà per abbracciare confusamente le lusinghe del liberismo.
Ma proprio per tali motivi dovrebbe soprattutto risultare indubbio, come si inizia a fare, che la discussione attorno al Craxi politico è di pertinenza della sinistra e non certo della destra.
E avrebbe più senso anche non attardarsi a ribattezzare lo scontro sulla scala mobile degli anni ’80 e il dilemma sulla crescita o meno del debito pubblico, per dedicarsi alla comprensione dei motivi che hanno determinato i ritardi della sinistra italiana rispetto alla evoluzione che la storia del mondo aveva intrapreso e che non fu capita, malgrado qualche intuizione che non divenne però azione politica. Craxi inoltre fu politico e uomo di Governo alieno da sentimenti antisindacali come poi è avvenuto in seguito da parte della classe dirigente affacciatasi agli anni duemila con una logica di decisionismo autosufficiente che non ha tenuto conto del ruolo social dei corpi intermedi.
Tanto per dirla con parole comprensibili e con la necessaria franchezza quel muro di Berlino franò addosso anche a noi che non avevamo apprestato le possibili contromisure in quanto attardati da una fase di scontro politico che sapeva solo di passato.
Nel suo saggio la Spinelli parla anche di trafugamento della eredità di Craxi da parte dei post comunisti che, avendo avuto campo libero, poterono presentarsi riformisti senza dover fare troppo i conti con il proprio passato. In realtà come si deduce da quello che si è poi constatato il riformismo è diventato terreno di occupazione “temporanea” a sinistra come a destra, perdendo quei connotati che gli erano propri: una proposta politica e culturale con dei valori ben precisi da quello della solidarietà a quello del rispetto della dignità della persona. Il riformismo dei Turati, dei Buozzi, dei Matteotti.
Il nodo Craxi insomma potrebbe essere sciolto se si mutasse la prospettiva con la quale si guarda a questo politico socialista, che socialista lo fu davvero anche se si potevano non condividere talune sue idee come pure sue decisioni. Perché l’aspetto che è rimasto nell’angolo per molto tempo è proprio quello forse più importante da riportare alla luce: il rapporto fra la sinistra ed i cambiamenti colossali avvenuti in questi ultimi trenta anni. Restituendo, senza dimenticare gli errori, anche a Bettino Craxi quella civiltà di giudizio che gli è dovuta.

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