fBB Buon compleanno, Uil... All’interno un articolo di Walter Tobagi

Buon compleanno, Uil... All’interno un articolo di Walter Tobagi

68 anni, ma non li dimostra.
Il 5 marzo del 1950 nasceva a Roma l’Unione Italiana del Lavoro.

Il Lavoro Italiano L’8 marzo del 1980 Tobagi scrive sul Corriere un articolo sull’UIL. Il titolo: “Tradizione laica e nuovo modello di sindacato”
Nel sindacato di questo dopoguerra, alla Uil, è sempre toccata la parte del fratello piccolo e gracilino. Per una ragione numerica anzitutto: gli iscritti all’Unione italiana del lavoro sono un milione e 260 mila (secondo le stime attuali) rispetto ai 3 milioni della CISL e agli oltre 4 della CGIL. E per una ragione anche politica: il sindacato capeggiato prima da Viglianesi e poi da Vanni ha costituito, per un lungo periodo, il polo laico-moderato nel movimento operaio; e quindi le sue iniziative risentivano degli schieramenti politici in cui erano impegnati socialisti e repubblicani, gruppi egemoni nella UIL.
Delle due antiche debolezze, quella numerica è stata in parte attenuata dall’attivismo di Giorgio Benvenuto, segretario dal 1976, che vanta un incremento delle adesioni (4 per cento nell’ultimo anno). La debolezza politica sembra aggirata da una “strategia di movimento” che si è rivelata anche nella recente manifestazione organizzata per celebrare il trentennale della fondazione (5 marzo 1950).
Con una formula un po’ schematica, si potrebbe dire che la UIL punta a diventare il sindacato della società civile: capace di preoccuparsi allo stesso modo degli operai in fabbrica come dei giovani senza lavoro. Quando Benvenuto dice che “le teorie tradizionali sul conflitto sociale non riescono più a spiegare il fenomeno dell’emarginazione”, coglie un fattore decisivo della crisi sociale vissuta anche dal vecchio modo di fare sindacalismo. Ed ha ragione a porre la domanda: “In che modo possiamo evitare il rischio di restare accerchiati dentro la cittadella dei lavoratori occupati?”.
Le risposte che vengono dalla UIL, su questo terreno, richiamano l’idea-forza della programmazione e di una “democrazia economica” con reale partecipazione dei lavoratori. E propongono vecchie e nuove parole d’ordine: unità sindacale, patto di emergenza tra forze sociali e governo, aggiornamento della piattaforma dell’EUR. Tra le righe, par di capire, spunta perfino una cauta disponibilità a qualche forma di cogestione pur di assicurare alle organizzazioni dei lavoratori il controllo, per esempio, dei miliardi risparmiati dagli imprenditori grazie al blocco della scala mobile sulle liquidazioni.
Di là delle singole proposte, tuttavia, le novità più significative riguardano proprio l’”identità” che la UIL si è data cercando di combinare “tradizione laica” e “nuovo modello di sindacato”. L’occasione del trentennale è servita per rivisitare le origini di un sindacato, voluto da quei sindacalisti che erano usciti da una CGIL dominata dalla “cinghia di trasmissione” comunista ma che non avevano aderito alla nascente CISL, perché temevano condizionamenti della DC e del mondo cattolico.
Forse con eccessiva semplificazione, ora si sostiene che la UIL si preoccupò fin dall’inizio di evitare la spaccatura in due del Paese: l’idea risponde alla sensibilità di questi giorni più che al clima politico e psicologico del 1950. È fuor di dubbio, però, che proprio l’esistenza di una terza confederazione impedì che i rapporti tra CGIL e CISL, trasmodassero in lotta frontale. Tanto più che il gruppo dirigente della Uil cercò fin dall’inizio un minimo di unità di azione con le altre formazioni; e prese come proprio modello politico e morale il riformismo di Bruno Buozzi, il sindacalista ucciso nel 1944 alla vigilia della liberazione di Roma.
Le vicende degli anni Sessanta, poi, hanno modificato la stessa composizione interna del sindacato, dando ai socialisti la maggioranza degli iscritti. E socialisti sono, oltre Benvenuto, gli uomini più in vista del nuovo gruppo dirigente, dal segretario dei metalmeccanici Enzo Mattina a quello dei chimici Walter Galbusera. Ma sarebbe sbagliato far discendere da questi nomi una etichetta politica per la confederazione: fra dirigenti e quadri della UIL si ritrovano non solo numerosi socialdemocratici e repubblicani, ma anche radicali e liberali, militanti di Democrazia proletaria come del Movimento lavoratori per il socialismo (compreso Silvano Miniati).
Ci si può chiedere: che cosa tiene insieme personalità e componenti così diversi? Nella risposta è contenuta proprio l’”identità” della nuova UIL: una linea che, pur nella più netta autonomia, cerca di contribuire alla ricerca di nuove prospettive politiche per la sinistra, e cerca di ridefinire quale sia la presenza più efficace del sindacato nella fabbrica come nella società. Da qui l’attenzione per una gamma di problemi (dalla droga al nucleare, dall’aborto alle implicazioni sociali del terrorismo) che non rientravano nel bagaglio del sindacato.
Dove porterà questa logica? Per ora non rimane che vedere l’esito di un paio di iniziative che dovrebbero testimoniare questo nuovo modo di far sindacato. Il primo appuntamento è una manifestazione popolare a Roma, per il 29 marzo: un modo di far scendere gente in piazza senza farla scioperare. La seconda sfida è la proposta di ricorrere al referendum per consentire ai lavoratori di pronunciarsi direttamente sulle proposte dei sindacati. Sarebbe un grimaldello che farebbe saltare molti vincoli burocratici; ma proprio per questo è difficile che le altre organizzazioni più forti lascino crescere questa via radicale al sindacato.

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La tessera di Italo Viglianesi del 1950

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