fBB Il 25 aprile della Fondazione Bruno Buozzi

Il 25 aprile della Fondazione Bruno Buozzi

“Il desiderio di resistere alla oppressione è radicato nella natura umana” osservava Tacito, lo storico latino. E quando si ricorda la Resistenza e il 25 aprile, queste parole sono appropriate perché permettono di allargare la visione di quel periodo ad un prima, l’impegno contro la dittatura fascista sia pure di una tenace minoranza, e ad un dopo, la volontà comune di ricostruzione dell’Italia dopo la liberazione dal nazifascismo.

Proprio per tali ragioni non ha senso cercare di dare nuovi significati alla festa della Liberazione. Semmai l’errore che si rischia di commettere è quello di trascurare che da quel drammatico periodo prende le mosse una classe dirigente che sia pure con diverse ideologie ha saputo rimettere in piedi il Paese, la sua economia, le base del vivere civile. La parola Liberazione andrebbe dunque, soprattutto per i giovani, associata a quella di ricostruzione morale, civile, economica e sociale.

A mantenere viva la lotta per la libertà prima della seconda guerra mondiale ci avevano pensato politici e sindacalisti del valore di Filippo Turati, dei fratelli Rosselli, di Giacomo Matteotti, di Pietro Nenni, di Bruno Buozzi, di Giuseppe Di Vittorio e tanti altri, assai meno noti forse ma capaci di non disperdere, in un periodo di libertà negate, di “pensiero Unico” e di controllo poliziesco, la forza di rimanere opposizione morale e politica. Pagando spesso con una stenta sopravvivenza questa scelta o addirittura con la vita.

E dal ’43 in poi come non ricordare l’apporto dei lavoratori alla lotta contro il nazifascismo, con gli scioperi nelle fabbriche ma anche la difesa di esse che volevano dire pane e lavoro per tante famiglie specie al nord. Quando celebriamo il 25 aprile, insomma, rendiamo anche giustizia a questi sacrifici, a queste lotte. E sia pure fra varie differenze, questa data diviene il crocevia di aspirazioni a un Paese diverso da parte di socialisti, comunisti, cattolici e liberali di varia estrazione che confluirà nella posa di pietre miliari per la rinascita dell’Italia: la Repubblica, la Costituzione, il voto alle donne, il ritorno alla libertà ed unità sindacale, solo per citarne alcune.

Non si tratta allora di ridurre questa ricorrenza al solo aspetto “distruttivo” della cacciata del nazifascismo, ma di fare un passo in più per comprendere che quella forza messa in campo dall’antifascismo di diverse provenienze divenne determinante per avviare la ricostruzione del nostro Paese.

Ci piace ricordare, ad esempio, come la sinistra, Psi e Pci, approvò nel 1948, nel pieno dello scontro ideologico e politico con la Dc, il provvedimento che rilancia il prestito per la ricostruzione composto da titoli irredimibili emesso una prima volta nel 1946. In quell’occasione da quei due partiti venne l’invito agli operai ad investire parte del loro salario acquistando quei titoli. Ed era più di un anno che erano usciti dal governo De Gasperi. Non solo: nel 1945 un altro esponente della sinistra Ferruccio Parri, in qualità di Presidente del Consiglio, con il Ministro Marcello Soleri lanciò il prestito della liberazione anche al fine di assicurare la stabilità del credito. Come mai questa attenzione al risparmio in una realtà devastata da grandi distruzioni? Probabilmente perché c’era un forte legame fra quelle forze politiche ed il mondo del lavoro che permetteva di sostenere come credibili quelle proposte. Un legame di cui il 25 aprile, lo si voglia o no, era un simbolo reale. La direzione comune per sostenere lo sforzo di uscire dal disastro della guerra rimaneva una priorità, anche perché da essa dipendeva il destino del mondo del lavoro.

Ricordare nel modo giusto il 25 aprile attualizzandolo a questo terribile 2020 può aiutare in una ricerca di nuove strade, senza l’illusione che tutto potrà tornare come prima. Ma questo obiettivo vuol dire soprattutto impegnarsi nella realizzazione di un buon futuro soprattutto per le giovani generazioni.

In quel giorno nel 1945, sottolineiamolo con forza, fra i protagonisti della riacquistata libertà nelle piazze e nelle vie delle nostre città c’erano tanti giovani… come ora.

“Il desiderio di resistere alla oppressione è radicato nella natura umana” osservava Tacito, lo storico latino. E quando si ricorda la Resistenza e il 25 aprile, queste parole sono appropriate perché permettono di allargare la visione di quel periodo ad un prima, l’impegno contro la dittatura fascista sia pure di una tenace minoranza, e ad un dopo, la volontà comune di ricostruzione dell’Italia dopo la liberazione dal nazifascismo.  Proprio per tali ragioni non ha senso cercare di dare nuovi significati alla festa della Liberazione. Semmai l’errore che si rischia di commettere è quello di trascurare che da quel drammatico periodo prende le mosse una classe dirigente che sia pure con diverse ideologie ha saputo rimettere in piedi il Paese, la sua economia, le base del vivere civile. La parola Liberazione andrebbe dunque, soprattutto per i giovani, associata a quella di ricostruzione morale, civile, economica e sociale.   A mantenere viva la lotta per la libertà prima della seconda guerra mondiale ci avevano pensato politici e sindacalisti del valore di Filippo Turati, dei fratelli Rosselli, di Giacomo Matteotti,  di Pietro Nenni, di Bruno Buozzi, di Giuseppe Di Vittorio e tanti altri, assai meno noti forse ma capaci di non disperdere, in un periodo di libertà negate, di “pensiero Unico” e di controllo poliziesco, la forza di rimanere opposizione morale e politica. Pagando spesso con una stenta sopravvivenza questa scelta o addirittura con la vita.  E dal ’43 in poi come non ricordare l’apporto dei lavoratori alla lotta contro il nazifascismo, con gli scioperi nelle fabbriche ma anche la difesa di esse che volevano dire pane e lavoro per tante famiglie specie al nord. Quando celebriamo il 25 aprile, insomma, rendiamo anche giustizia a questi sacrifici, a queste lotte. E sia pure fra varie differenze, questa data diviene il crocevia di aspirazioni a un Paese diverso da parte di socialisti, comunisti, cattolici e liberali di varia estrazione che confluirà nella posa di pietre miliari per la rinascita dell’Italia: la Repubblica, la Costituzione, il voto alle donne, il ritorno alla libertà ed unità sindacale, solo per citarne alcune.   Non si tratta allora di ridurre questa ricorrenza al solo aspetto “distruttivo” della cacciata del nazifascismo, ma di fare un passo in più per comprendere che quella forza messa in campo dall’antifascismo di diverse provenienze divenne determinante per avviare la ricostruzione del nostro Paese.  Ci piace ricordare, ad esempio, come la sinistra, Psi e Pci, approvò nel 1948, nel pieno dello scontro ideologico e politico con la Dc, il provvedimento che rilancia il prestito per la ricostruzione composto da titoli irredimibili emesso una prima volta nel 1946. In quell’occasione da quei due partiti venne l’invito agli operai ad investire parte del loro salario acquistando quei titoli. Ed era più di un anno che erano usciti dal governo De Gasperi. Non solo: nel 1945 un altro esponente della sinistra Ferruccio Parri, in qualità di Presidente del Consiglio, con il Ministro Marcello Soleri lanciò il prestito della liberazione anche al fine di assicurare la stabilità del credito. Come mai questa attenzione al risparmio in una realtà devastata da grandi distruzioni? Probabilmente perché c’era un forte legame fra quelle forze politiche ed il mondo del lavoro che permetteva di sostenere come credibili quelle proposte. Un legame di cui il 25 aprile, lo si voglia o no, era un simbolo reale. La direzione comune per sostenere lo sforzo di uscire dal disastro della guerra rimaneva una priorità, anche perché da essa dipendeva il destino del mondo del lavoro.  Ricordare nel modo giusto il 25 aprile attualizzandolo a questo terribile 2020 può aiutare in una ricerca di nuove strade, senza l’illusione che tutto potrà tornare come prima. Ma questo obiettivo vuol dire soprattutto impegnarsi nella realizzazione di un buon futuro soprattutto per le giovani generazioni.  In quel giorno nel 1945, sottolineiamolo con forza, fra i protagonisti della riacquistata libertà nelle piazze e nelle vie delle nostre città c’erano tanti giovani… come ora.

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