fBB Le (incalcolabili) ripercussioni economiche del "coronavirus"

Le (incalcolabili) ripercussioni economiche del "coronavirus"

di Pierluigi Sorti (esponente Comitato scientifico Fondazione Bruno Buozzi)

di Pierluigi Sorti (esponente Comitato scientifico Fondazione Bruno Buozzi) Nella consapevolezza che l’importanza primaria di "Corona virus" - l’epidemia del morbo che si diffonde e uccide - si identifica con il suo annientamento, il tema che, anche a tal fine, si pone alle menti di coloro che questa esigenza condividono, non può che essere la scelta degli strumenti più idonei per realizzarla.


Il dibattito che si riaccende in questi giorni di grande angoscia nelle cancellerie europee, affronta appunto
(ma in ordine sparso) la decisione del percorso più efficace per difendere l’Europa dall’epidemia, con gli strumenti tradizionali, altri più recenti od alcuni addirittura in fase costitutiva.

Nell’ordine, la Banca centrale europea, il Mes (meccanismo europeo di stabilità, noto anche come Fondo Salva Stati), e le proposte misure onnicomprensive (sostenute dal ministro Centeno ministro delle finanze portoghese) ed idealmente programma del nuovissimo "Fondo Corona", che con 37 miliardi dovrebbe calamitarne un’altra trentina dalla Banca europea degli investimenti.

La Bce, preferenziata dai paesi che hanno fruito di abbondanti prestiti in occasione del Q.E. (quantitative easing) con procedure assai più sciolte di quelle praticate dal Mes.

Di cui essendo ben noto il rigore procedurale, il prezzo dei mutui che concede e la severità ispettiva, nella fase della restituzione, emergono più attraenti le ipotesi di euro bond, per i risparmiatori privati e per le stesse banche, appaiono più consone ai canoni della finanza tradizionale.

Quando cioè gran parte delle monete godevano ancora di un loro valore intrinseco, cioè prima del fatidico agosto del 1971, quando gli Usa conclusero la convertibilità del dollaro con l’oro (seppure solo ormai teorica).

Questa è invece l’epoca delle inflazioni che si sostengono reciprocamente, dove il vero perdente è il risparmiatore che presta il denaro senza profitto alcuno, talvolta addirittura a interesse negativo.

Sappiamo che le preferenze delle discussioni in corso hanno il loro vero punto di snodo nelle interpretazioni dei singoli paesi, verso l’una o l’altra delle soluzioni, in rapporto alle conseguenze che ne avrebbero i bilanci rispettivi di ciascun paese dell’euro zona.

L’Italia, quale che sia la posizione che difende ("saremo deboli se divisi") il premier Giuseppe Conte, sappiamo che ne uscirà male.

La verità non sta nella sua politica, ed i suoi propositi sono comunque fatalmente perdenti come parimenti lo sono stati tutti quelli successivi alla conversione delle monete aderenti all’euro.

Il meccanismo di conversione della zona euro fu il peggior patto che, per distrazione concettuale, guerre a parte, fu mai concepito dai Governi in tutta la storia della nazione italiana.

Un patto che commise quattro errori: inesistenza di ogni confronto ponderato delle monete aderenti all’euro; una inaccettabile comparazione di monete nell’ambito esclusivo dei loro rapporti commerciali e dei listini di cambio; omissione del conteggio dei flottanti monetari rispettivi al momento della conversione; arbitrarietà del passaggio al valore dell’euro eguagliandolo al valore dell’ecu.

I risparmiatori italiani, o meglio i percettori della lira, hanno sacrificato al resto dell’Europa un ammontare di potere d’acquisto che prosegue tuttora e rappresenta una emorragia di liquidità di miliardi incalcolabile, anno per anno. .

Davanti alla tragedia della "corona virus" ed all’immane stratificazione di danni economici che iniziamo ad intravvedere già da ora, sarebbe decoroso che questo peccato capitale commesso nel 1998 finalmente non trovasse il silenzio degli ultimi vent’anni.

Fondazione Bruno Buozzi

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