fBB Una riflessione di Maurizio Ballistreri sul libro di Colin Crouch “Identità perdute”

Una riflessione di Maurizio Ballistreri sul libro di Colin Crouch “Identità perdute”

Dal Nuovo Corriere Nazionale

Dal Nuovo Corriere Nazionale La post-democrazia, l’individuale e l’universale

di Maurizio Ballistreri
Nel nuovo libro del Colin Crouch “Identità perdute. Globalizzazione e Nazionalismo”, vengono affrontati tutti i temi che riguardano la prospettiva politica, economica e sociale del nostro tempo: “La disuguaglianza socio-economica, le trasformazioni del welfare, l’ascesa delle nuove forze ‘populiste’, i mutamenti del lavoro e la sfida fiscale, il ruolo dell’informazione nella società postdemocratica”. Nel volume Crouch riprende e sviluppa l’analisi politologica già elaborata in “Postdemocrazia” del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha prospettato una severa analisi circa il tramonto della democrazia nei paesi occidentali, con l’instaurazione di una forma moderna di oligarchia. In essa le forme sono salve perché la democrazia non è eliminata ma viene svuotata di contenuti, passando dalla problematica del government a quella della governance: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.
Sembra avverarsi quanto sostenuto nel Rapporto della Trilateral Commission su “la crisi della democrazia” del 1975, in cui si sosteneva l’esigenza di verticalizzare il processo decisionale, semplificandolo, ripreso dalla banca d’affari statunitense JP Morgan con un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”. E, tra gli aspetti problematici citati dalla banca (considerata responsabile della crisi dei mutui subprime), la tutela garantita ai diritti dei lavoratori.
Siamo in presenza della teorizzazione della fine degli strumenti di controllo e garanzia emersi nel corso del laboratorio politico del “Secolo breve”, tra la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il crollo del Muro di Berlino del 1989. E, infatti, ai nostri giorni i poteri decisionali si sono spostati verso i governi, caratterizzati da forti elementi leaderistici, sganciati dal rapporto con le assemblee parlamentari; e gli stessi esecutivi nazionali, d’altronde, sono diventati subalterni ad organismi sovranazionali e tecnocratici che non hanno alcuna legittimazione popolare. Inoltre, la comunità politica è divenuta autoreferenziale, preclusa all’accesso dei cittadini se non per cooptazione: il partito azienda, quello di plastica e il partito del Web, il leaderismo e il populismo sono gli elementi fondanti di un regime postdemocratico, tutti visibilmente presenti in Italia.
E a fronte della crisi democratica è evidente l’errore di buona parte della socialdemocrazia e dei neoliberali riformisti di abbandonare l’uso del Welfare State e dell’intervento pubblico regolatore sul mercato come strumento di redistribuzione della ricchezza (e del potere) per costruire quella che a partire dalla Costituzione di Weimar è stata definita “democrazia sociale”, orientandosi invece, per la promozione solo dei diritti civili, definendo “la disuguaglianza non in termini di classe – come scrive Crouch – ma sulla basse di genere, etnia, orientamento sessuale, disabilità”.
Da qui l’avanzata delle forze cosiddette populiste, che è corretto definire secondo i paradigmi della scienza politica, nazionaliste, certamente eterogenee ma tutte legate al rapporto diretto tra il leader e quelle che un tempo si definivano le masse, oggi declinate come folla indistinta, spaventate da un futuro nebuloso, indignate dalle crescenti diseguaglianze e impaurite dalla presenza del ‘diverso’, dello ‘straniero’, abbandonando la tradizione nata in Occidente con la Xenia, dell’ospitalità narrata nel viaggio di Ulisse nell’Odissea di Omero: una delle conseguenze della società ‘liquida’ descritta da Zygmunt Baumann, assieme ad una sorta di estetizzazione del consumo ed alla fine dell’etica del lavoro alimentata dall’idea bizzarra e pericolosa di remunerare l’ozio e il non-lavoro come nell’istituto del reddito di cittadinanza votato dal parlamento in Italia.
Si può ben dire che il presente è senza nome e caratterizzato da diversi elementi: la crisi dello Stato di fronte alle spinte della globalizzazione, quella conseguente delle ideologie e dei partiti, la secessione del singolo da una comunità che lo rassicuri. Servirebbe la capacità delle forze riformatrici di ricostruire la democrazia a livello mondiale con una piattaforma politico-programmatica comune da opporre ai populismi di diverso segno, ponendo quale principio ispiratore il rispetto della dignità delle persone, degli individui, superando la cesura tra universale e l’individuale, poiché il sociale deve scomparire nella fusione dell’individuo e dell’universale.

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