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85 morti, oltre 200 feriti. 2 agosto 1980, ore 10,25, stazione ferroviaria di Bologna Centrale. Una bomba a tempo composta da 23 kg di esplosivo collocata in una valigia abbandonata fece crollare interamente l’ala ovest della stazione. Tra le 85 vittime vogliamo ricordare la persona che in quel momento era in piedi vicino alla valigia con l’esplosivo. Si chiamava Maria Fresu aveva 24 anni e abitava a Gricciano di Montespertoli, in provincia di Firenze; contadina era emigrata in Toscana poco tempo prima dalla Sardegna e lavorava in una fabbrica di confezioni a Empoli. Era in stazione con la figlioletta Angela di tre anni e due amiche, stavano andando in vacanza sul lago di Garda.  Dopo l’esplosione, nella quale Angela e Maria morirono sul colpo, per qualche tempo parve che il corpo di Maria Fresu si fosse quasi polverizzato. Ma dopo qualche mese i suoi resti furono trovati incastrati sotto un treno diretto in Svizzera. La sua salma fu ricomposta e restituita alla famiglia, e Maria fu sepolta a Montesperoli. Secondo le ricostruzioni al momento dell’esplosione Maria era lontana dalle compagne di viaggio, forse si era alzata a prendere qualcosa, ed è per questo motivo che si trovò troppo vicina alla valigetta. Stare più vicina alla figlia comunque non le avrebbe salvato la vita.  Morire così, senza un motivo, nel pieno dei propri anni. Un destino assurdo, infame a cui umanamente è impossibile dare un perché.

2 agosto 1980. La strage di Bologna


85 morti, oltre 200 feriti. 2 agosto 1980, ore 10,25, stazione ferroviaria di Bologna Centrale. Una bomba a tempo composta da 23 kg di es ...
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24-25 luglio 1943. Roma, ore 17 a Palazzo Venezia si riunisce il Gran Consiglio del fascismo: sarà un vertice drammatico. La riunione termina praticamente all’alba del 25 luglio, alle 2,40. Passa l’ordine del giorno elaborato da Dino Grandi che darà al re la motivazione politica per rimuovere Mussolini. Nel pomeriggio dal re si reca il “duce” che all’uscita viene arrestato. A tarda sera la comunicazione ufficiale: Badoglio è il nuovo capo del governo, con pieni poteri. I giornali di lunedì 26 luglio 1943 uscirono con un appello firmato da Vittorio Emanule III: «Italiani! Assumo da oggi il comando di tutte le forze armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il Sacro Suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle Istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa. Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria». Parole poi volate nel vento come la “corsa” a Brindisi dimostrerà. Mentre i giornali andavano in stampa, Mussolini era già in una cella della caserma dei carabinieri Podgora, epilogo infelice di un fine settimana decisamente tragico. Quell’organismo che aveva voluto costituzionalizzare e poi aveva trasformato in un elemento decorativo del regime, il Gran Consiglio, gli aveva dato una spallata. Dieci ore di dibattito, a cavallo tra il 24 e il 25 luglio, accesissimo, tanto acceso da convincere un membro di quell’assemblea, Dino Grandi, a presentarsi con due bombe a mano in tasca, una la tenne per sé, l’altra la allungò al collega De Vecchi. E fu proprio Grandi a presentare il famoso ordine del giorno che venne approvato con 19 voti (vi aderirono De Bono De Vecchi, Federzoni, Ciano, Alfieri, Bottai e De Stefani, cioè il fior fiore del fascismo) contro sette e due astensioni. In realtà, non veniva chiesta la testa di Mussolini ma l’attribuzione del comando delle Forze Armate e delle Operazioni militari al Re, cioè l’applicazione di un principio costituzionale. Diceva l’ordine del giorno: «Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e la condotta politica e militare della guerra proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano; afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia Savoia». Non era la richiesta esplicita della testa del “duce” ma di un suo esautoramento e, soprattutto, un tentativo di scindere le responsabilità, lasciando solo il dittatore, fino a poco tempo prima acclamato.

La caduta del fascismo


24-25 luglio 1943. Roma, ore 17 a Palazzo Venezia si riunisce il Gran Consiglio del fascismo: sarà un vertice drammatico. La riunione termin ...
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Roma, mercoledì 24 luglio, Casa della memoria e della Storia, via San Francesco di Sales, 5, ore 17,00, presentazione del libro di Marco Zanier

I Socialisti e l’Assemblea Costituente


Roma, mercoledì 24 luglio, Casa della memoria e della Storia, via San Francesco di Sales, 5, ore 17,00, presentazione del libro di Marco Zan ...
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Ricordate, nel segreto della cabina elettorale Dio vi vede... [Radiofonista] e Stalin no! [Don Camillo] Queste è una delle tante, tantissime battute, che caratterizzarono la serie di Peppone e Don Camillo.  Ricorre in questi giorni l’anniversario della scomparsa di Giovanni Guareschi, era il 22 luglio 1968. Il “papà” di Don Camillo e Peppone se n’è andato troppo presto, aveva sessant’anni, ma ha lasciato un’eredità che sarà difficile da dimenticare. I suoi libri sono stati tradotti in moltissime lingue e continuano ancora oggi ad essere venduti. La trasposizione cinematografica della saga è una delle più amate ed ancor oggi a oltre sessant’anni di distanza i passaggi televisivi sono tra i più visti.  Le vicende del parroco di un paesino e del sindaco comunista hanno divertito e continuano a divertire il grande pubblico. Il mondo di Guareschi non era fatto solo di storie di paesani, il suo era il ritratto della realtà italiana del dopoguerra, un mondo diviso in due blocchi politici e ideologici. Il tutto però era condito da un’ilarità sagace e semplice che ha conquistato tutti, sia grandi che piccoli. Nell’Italia uscita distrutta dalla guerra un unico valore era fondante per tutti “Rimboccarsi le maniche”. Nella versione cinematografica la scelta di Gino Cervi e Fernandel si rivelò azzeccatissima, ma d’altronde il tratto letterario di Guareschi era, ed è, talmente efficace che la simbiosi tra la scrittura e il cinema fosse un’unica cosa. Un’Italia che non c’è più, un mondo che non c’è più; un modo di vivere dove, a differenza dei tempi che stiamo attraversando,  il bene comune era una ragione dell’essere.

Ricordando Peppone, Don Camillo... e Guareschi


Ricordate, nel segreto della cabina elettorale Dio vi vede... [Radiofonista] e Stalin no! [Don Camillo] Queste è una delle tante, tantiss ...
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"Da una parte sola"


Oggi 11 luglio 2019 sono trascorsi cinquant’anni dalla morte dei Giacomo Brodolini. Il suo nome è indissolubilmente legato allo Statuto d ...
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Carlo Carli ridimensionato

L’artista Carlo Carli al Pio Sodalizio dei Piceni


Inaugura la mostra "Orizzonti di pace. Famiglie in cammino" ...
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Mercoledì 10 luglio, a Roma, alle ore 17.30, presso il Pio Sodalizio dei Piceni, in piazza di San Salvatore in Lauro, 15 inaugurazione della mostra

Orizzonti di pace. Famiglie in cammino


Mercoledì 10 luglio, a Roma, alle ore 17.30, Pio Sodalizio dei Piceni, piazza di San Salvatore in Lauro, 15, inaugurazione della mostra "Ori ...
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Ricordate e ragionare su Agostino Marianetti significa ripercorrere, in modo emblematico ed esemplare il tracciato di una generazione ben precisa.  Parliamo della generazione dei giovani, figli delle famiglie lavoratrici che uscivano dalla crudele prova di una guerra tragica. Ragazze e ragazzi che, tra gli anni 50 e 60, diventavano operai della nuova industria; contadini che emigravano al Nord e nei grandi centri urbani che vedevano gonfiarsi le loro periferie ed hinterland; studenti che si diplomavano e laureavano, impiegandosi poi, nel clima eurforico del boom economico, in aziende piccole e grandi, in uffici, strutture ed enti pubblici ministeriali, parastatali e territoriali.  Giovani che si confrontavano con nuove ed inedite organizzazioni della società civile, politica e della produzione.  Furono tempi di difficoltà, quelli degli anni 90, che non risparmiarono niente e nessuno: tempi perfino di gogne e di esilii amara ed orgogliosi ... segnati persino da gesti di autodistruzione.  E noi non saremo mai abbastanza grati a quanti, nelle istituzioni pubbliche ed in quelle produttive e sociali, riuscirono a tenere saldo il bandolo degli eventi e a conservare comunque il controllo del Paese, scosso dalla crisi. Mi sto riferendo naturalmente, ai protagonisti di quella stagione della “Concertazione”, che vide impegnati pure noi.  Due brevi riflessioni, innanzi tutto.  LA PRIMA sul come e sul perché il sindacalismo confederale di CGIL, CISL e UIL potè comunque sopravvivere alla catastrofe pubblica, senza subire traumi irreversibili, nonostante qualche ammaccatura secondaria.  Al sindacato è andata, infatti, meglio che ad altre entità partitiche e sociali. Ciò indubbiamente anche grazie ad un valore e un impegno che largamente toccò tutto il Movimento organizzato dei lavoratori.  Alludo al valore “dell’Autonomia”: non solo dallo Stato e dai “padroni” ma anche dalla Politica e dal collateralismo partitico.  LA SECONDA riflessione riguarda invece la qualità e ricchezza di esperienze e testimonianze come quella di Marianetti e di non poche altre personalità del Laburismo, sia politico che sindacale.  Un rapporto di condivisione di valori democratici, tenace, pur nella distinzione dei reciproci ruoli.  E penso anche ad un Sindacalismo che seppe captare e gestire la necessità di rifondare la politica salariale, superando la fase dell’egualitarismo spinto degli anni 70 che aveva, peraltro, affrontato e sciolto alcuni nodi soffocanti in quel decennio, per esempio: il gap che vedeva differenze normative via via più inaccettabili tra impiegati ed operai, su ferie e malattie......  Segnalo ancora in questo quadro, le scelte ponderate che riuscimmo a fare sul controllo degli incrementi della produttività e sulla riparametrazione salariale, attraverso la contrattazione articolata.  In sintesi, stiamo commentando un libro che disegna una trama in corso d’opera, un affresco da cui risalta il lavorio di un sindacalismo unitario che sa dire “NO” al rivendicazionismo alla rinfusa e “SI” ad un cammino di progresso, attento al complesso della politica economica e sociale come strumenti di un bene comune equilibrato, teso costantemente alla inclusione attiva della classe lavoratrice nel contesto pubblico generale. Ma noi, sappiamo che vicende anche più gloriose delle nostre, possono risultare sterili, vane e sparire inghiottite nel gran calderone del “Tempo” senza lasciare traccia o impronta di sé.  Ed è proprio questo il rischio che stiamo correndo!  Di qui il dovere di cogliere anche circostanze come questa per qualche parola chiara e impegnativa.  Siamo in casa CGIL e c’è qua un dirigente sperimentato e di lungo corso della classe lavoratrice, come è Maurizio Landini.  A lui e a ciascuno di noi, riservisti oppure attivi ad ogni livello di responsabilità in quanto eletti democraticamente in rappresentanza di tante comunità di lavoro, chiedo di riconoscere che, a dispetto di un’apparente calma piatta, avvertiamo di essere alla viglia di immancabili burrasche!  Siamo sull’orlo di una crisi sistemica: politico-istituzionale oltre che finanziaria e sociale.  Non chiediamoci dunque vanamente “per chi suona la campana”: se per il governo giallo-verde in carico o per l’Opposizione che latita! Se suona per colpa di Trump o per colpa di “poteri forti” o controparti deboli o capitani d’industria poco coraggiosi. Per quanto ci compete, la campana sta suonando per noi, per tutto il Movimento Sindacale Italiano.  E, almeno, come CGIL, CISL e UIL, anche se io non mi fermerei al solo confederalismo storico ma getterei uno sguardo anche al sindacalismo autonomo e di base.... siamo ancora in tempo per mettere in salvo il patrimonio sociale che abbiamo.  Parlo del sogno generoso oggi dell’Unità Sindacale!  Abbiamo alle nostre spalle la vicenda di un tempo ormai più che secolare. Abbiamo collaudato la nostra tenuta, a fronte di dittature, guerre e distruzioni immani. Abbiamo pagato prezzi - anche di sangue - a violenti e fanatici di ogni colore!  Ma siamo qui! In piedi, perché svolgiamo una funzione insostituibile in qualsiasi tipo di società.  In queste stanze Giuseppe Di Vittorio ha portato il sapere e la cultura materiale del bracciantato agricolo. Altri dopo di lui e nelle nostre sedi, attraverso le seconde e terze generazioni del confederalismo, hanno aggiunto i saperi della rivoluzione industriale e quelli dello sviluppo del Terziario in tutte le sue articolazioni e specificità: da quelle bancarie, a quelle commerciali, a quelle gestionali, delle amministrazioni pubbliche e private.  Tre epoche, tre mondi che, in successione, si sono alternati alla guida del progresso umano, con accelerazione via via crescente, sovrapponendosi ma mai eliminando gli stadi precedenti, tutti compresenti perché non possono tramontare.  Oggi, infatti, è il momento delle tecnologie, dell’automazione, dei robot e dell’intelligenza artificiale, dell’informatica e della comunicazione.  E questa è la sfida per la quale occorrerà un Sindacato Nuovo che non parte certamente da zero.  Ma, adesso, quell’imprinting deve significare per noi, apertura a 360 gradi: alla generazione delle ragazze e dei giovani, a cominciare dal “neo-proletariato”; ai braccianti del nostro tempo; operai addetti ad inedite catene di montaggio; impiegati neppure più avviliti dalla ripetitività di mansioni che vengono trasferite alle macchine; falsi professionisti a partita-IVA; giovani donne ed uomini che rischiano soltanto di rappresentare la nuova edizione riverniciata come “Raider di Fedora” degli antichi garzoni e cascherini in bicicletta del 900.  Si tratta invece, e non di rado, di universitari e laureati brillantemente a Bari o alla Orientale di Napoli, a Palermo o a Sassari, che a volte spariscono dalle nostre famiglie per rispuntare in Cina o in Sud-Africa, Roma, 1° Luglio 2019 Traccia Intervento Franco Marini in California o in Danimarca a fare ricchi quei paesi, impoverendo di altrettante energie e competenze il nostro Mezzogiorno.  Non possiamo e non dobbiamo tradire la storia e la missione sindacale fingendo di ignorare il loro richiamo; chiudendoci all’interno di ritualità formali e di prassi troppo consolidate per non essere sclerotiche!  Il mondo dei “BIG DATA”, pieni di tesori conoscitivi che attendono di essere organizzati e sfruttati per un balzo in avanti dell’ingegno e del lavoro, non aspetterà e non perdonerà i nostri ritardi e ci lascerà ai margini del divenire collettivo, senza compassione per la nostra decadenza!  Non devo certo sottolineare a voi e in questa sede che CGIL, CISL e UIL assieme rappresentano ancora una potente forza nel Paese!  E, dunque, non starò a citare le manifestazioni che avete organizzato negli ultimi tempi: da Piazza San Giovanni, a Bologna, a Piazza del Popolo e a Reggio Calabria...  Voi guidate ancora un’enorme e potente macchina di rappresentatività del lavoro. Non aspettate che diventi una macchina fatta solo di pensionati come me.  Landini, Annamaria Furlan e Barbagallo, siete depositari e custodi ma anche curatori responsabili di esperienze che hanno visto macinare e digerire divisioni, con momenti anche duri di scontri al nostro interno e nei nostri congressi.  Ora tutto il movimento sindacale è adulto e consapevole di sé, della sua forza e dei suoi doveri storici.  Mi fermo. Non devo suggerirvi passi da compiere! Tocca a voi di rinnovare e rilanciare gli strumenti della difesa del lavoro, che resta punto fondamentale della nostra storia.  Grazie per quel che farete. Non tra un anno ma domani!

Sintesi dell’intervento di Franco Marini alla presentazione del libro "Agostino Marianetti, un socialista nella Cgil"


Ricordare e ragionare su Agostino Marianetti significa ripercorrere, in modo emblematico ed esemplare il tracciato di una generazione ben pr ...
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I fatti: Roma, Porta San Paolo, 6 luglio 1960. È in programma un comizio del Movimento Sociale Italiano proprio in uno dei luoghi simbolo della Resistenza a Roma. Sono passati circa diciassette anni dal 10 settembre 1943 quando proprio in quel luogo antifascisti, tra i quali Bruno Buozzi e Sandro Pertini, e nazisti si scontrarono duramente. Uno dei luoghi simbolo della resistenza al nazifascismo quindi stava per essere profanato. Per fronteggiare l’affronto una trentina di deputati socialisti e comunisti prese la decisione di recarsi davanti alla lapide dei caduti del 10 settembre 1943 per deporre una corona di fiori in ricordo. Contemporaneamente i manifestati missini cominciarono ad affluire davanti alla Porta. Nella zona il primo Reparto Celere è schierato sin dall’alba; la situazione comincia ad essere difficile. Alle 9,30 il Ministero degli Interni ordina: l’assembramento va sciolto. I deputati, affiancati dalla popolazione romana, cercano di deporre la corona di fiori ma lo spazio è esiguo e la situazione è complicata. La polizia a cavallo, di cui fanno parte i futuri olimpionici di equitazione Raimondo e Piero D’Inzeo, interviene seguita da quella motorizzata caricando la popolazione. Alcuni deputati, tra cui Pietro Ingrao, vengono arrestati. Le cariche della polizia a cavallo crea un fuggi fuggi generale. Le vie del quartiere attiguo di Testaccio, uno dei rioni popolari di Roma per antonomasia, vengono invasi dai poliziotti in cerca dei manifestati. La risposta popolare fu immediata; dalle finestre piovvero oggetti, frutta e ortaggi per cercare di fermare i rastrellamenti in atto. Alla fine la polizia si ritirò. I feriti furono 129, gli arrestati 700. Le conseguenze: dopo i fatti di Genova del 30 giugno e quelli di Porta San Paolo e di Reggio Emilia, il 19 luglio, il Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, esponente della Democrazia Cristiana con un passato nel Partito nazionale fascista, sarà costretto a dimettersi. Il tentativo di Tambroni di governare con un monocolore democristiano con l’appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano fallì.

6 luglio 1960. Gli scontri di Porta San Paolo


I fatti: Roma, Porta San Paolo, 6 luglio 1960. È in programma un comizio del Movimento Sociale Italiano proprio in uno dei luoghi simbolo de ...
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Er Zinale


Entrando a destra dell’ingresso principale del Cimitero del Verano ci si imbatte subito nelle tombe di illustri personaggi che hanno fatto l ...
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