fBB Pubblicazioni 2014

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Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia.
di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie

Il divorzio di San Valentino. di Giorgio Benveuto e Antonio Maglie -di GIORGIO BENVENUTO E ANTONIO MAGLIE-*

L’accumulazione dei suoi tempi, quella legata all’attività industriale, quella “produttivista” si è bloccata venendo sostituita dall’accumulazione finanziaria che ha prodotto effetti perversi a livello di occupazione e distribuzione della ricchezza per completare, poi, l’opera deflagrando nella crisi più grave che gli uomini di questo secolo e, probabilmente, anche del secolo scorso, abbiano mai conosciuto. Impegnati a discutere su quattro punti di contingenza, i partiti italiani non riuscirono a cogliere la trasformazione in atto, una trasformazione che, come dice Luciano Gallino (e come conferma Joseph Stiglitz), ha determinato inaridimento dei diritti e compressione dei salari utilizzando due semplicissime leve: globalizzazione e delocalizzazione; trasformando la terza rivoluzione industriale, quella della comunicazione, nel cavallo di Troia di un capitalismo sempre più diseguale. In quel lontano 1984 si parlava di difesa del salario reale attraverso la lotta all’inflazione. Adesso, invece, bisognerebbe parlare di recupero del potere d’acquisto. Perché, di fatto, i salari sono fermi più o meno da vent’anni e le lancette del potere d’acquisto per i lavoratori dipendenti nel nostro Paese sono tornate indietro di un quarto di secolo. Dall’Unione Europea ci dicono che la ripresa qui da noi è debole perché si appoggia su una domanda interna a dir poco rachitica. Negli anni in cui i salari non crescevano, con il credito alla famiglie (generosamente dispensato dalle banche) si “curava” in qualche maniera il nanismo. Ma era un palliativo, non una terapia, era l’aspirina non l’ormone della crescita. Ora che il vaso di Pandora si è rotto, il problema è davanti a tutti: con questi salari, la domanda interna boccheggia. E non può fare altro. Il fatto è che tutto quello che sta accadendo non era imprevedibile…
L’inflazione era il Problema; in trent’anni la realtà si è capovolta: oggi la deflazione è uno dei problemi, uno dei più gravi, tanto da mobilitare l’impegno della Bce per combatterla. La decrescita può essere anche “conviviale” o “felice” come ci dice Serge Latouche, nel frattempo, però, si vedono in giro pochi disoccupati che brindano all’evento della mancanza di lavoro (e di sostentamento) stappando bottiglie di Dom Perignon. La sintesi economica del nostro tempo l’ha fatta in un documento l’Associazione Koinè: «Ci ritroviamo con una decrescita infelice e più poveri. Con alcune significative peculiarità. Siamo sotto la media europea: negli investimenti per la ricerca scientifica, nell’offerta di educazione (da quella di base a quella universitaria, da quella professionale a quella continua), nell’efficienza della Pubblica Amministrazione, nelle infrastrutture immateriali collegate alla produzione e ai servizi. Nello stesso tempo, siamo sopra la media europea: nella tassazione del lavoro e della produzione, nella protezione delle rendite finanziarie, professionali e immobiliari, nelle tutele corporative e nei limiti alla concorrenza, nel peso delle illegalità (compresa quella mafiosa) sul sistema economico». Siamo il Paese con i salari netti più bassi, la tassazione più alta e gli orari di lavoro più lunghi (di trecento ore rispetto alla media europea, di quattrocento rispetto a quelli tedeschi)…

San Valentino è, nella sostanza, la foto ingiallita di un album di ricordi. Ma può sempre essere un momento concreto della nostra vita se si trasforma nello stimolo per andare oltre le apparenze, per provare a recuperare quel che si nasconde sotto la superficie. San Valentino può essere utile alla sinistra italiana per riflettere su se stessa, sulla sua atipicità, sul rifiuto di aderire (nella sua totalità) a quell’ideologia socialdemocratica che è il riferimento strutturale dei partiti progressisti in Europa. Con la conseguenza che ancora oggi la sinistra in Italia non ha una identità di tipo “continentale” e non consente a chi ad essa fa riferimento, come disse negli ultimi anni della sua vita Bruno Trentin, di poter «morire socialisti». Perché non è un’offesa esserlo, in fondo si è in buona compagnia: Brandt, Schmidt, Mitterrand, Palme, volendo persino Roosevelt che con ricette keynesiane sintonizzate sulla crescita e non sull’austerità, riuscì a sconfiggere l’altra grande crisi del secolo scorso, quella del 1929…

Per quanto i sindacati abbiano giocato in difesa, qualcosa di buono, però, da quella vicenda è venuto fuori: un aggiornamento delle strategie determinato dalla consapevolezza che il mondo del lavoro era cambiato, che non ci si poteva più attardare nell’esaltazione di un operaio-massa che non c’era più, che la classe aveva recinti più ampi perché se per classe, come dicono i sociologi, si intende una comunità di destino, ora il destino è comune a gran parte dei salariati e nella società i bisogni di un professore delle medie superiori non sono diversi da quelli di un operaio siderurgico titolare di una busta-paga più o meno analoga. L’elencazione delle richieste è semplice, molto più complessa la loro soddisfazione: una società capace di redistribuire più equamente il benessere, un fisco capace di chiedere a tutti il dovuto (riattivando semmai quei meccanismi progressivi che il liberismo negli ultimi trentacinque anni ha manomesso) per evitare che i costi del vivere insieme si scarichino sui soliti noti (producendo effetti letali proprio su quella distribuzione della ricchezza e dei benefici sottraendo “alimento” finanziario ai servizi collettivi, sanità, istruzione, scuola, eccetera), una sicurezza sanitaria e sociale diffusa, un accesso alla conoscenza garantito e capace di valorizzare le qualità e i meriti. Giorgio Benvenuto trasformò queste richieste in un’idea: il Sindacato dei Cittadini. Perché era diffusa la consapevolezza che non bastava più la fabbrica o l’ufficio a riaggregare gli interessi scomposti dei lavoratori. Tutto era diventato più ampio, i confini erano stati travolti. Diventava, perciò, la società il luogo in cui cercare una sintesi.
Un problema che si pone ancora oggi. Come si raggiunge il vasto arcipelago dei “non garantiti”? Come si offre l’indicazione di un destino comune a quel fiume impetuoso che si disperde nella società in mille rivoli fatto di precari, titolari di tipologie contrattuali atipiche, di regolamentazioni flessibili? Come si protegge questa sconfinata umanità giovanile che rischia di essere stritolata dalle regole spietate e funeste di un liberismo trasformato nell’unica ideologia sovranazionale sopravvissuta al crollo di tutte le ideologie? Ora si promette di curare il morbo della precarietà con i contratti a tutele crescenti, ma al momento l’unica certezza visibile è data da un lavoro a garanzie decrescenti…

La scala mobile oggi non è più un totem, non è più nemmeno un trofeo. E’ solo il momento di una storia che coinvolge la sinistra e il sindacato, che ha diviso, distribuito torti e ragioni, creato inimicizie o costruito nuove amicizie. Ma il fatto che gran parte dei temi economici di quella vertenza (come vedremo nei prossimi capitoli) sia ancora di estrema attualità (fatta eccezione per l’inflazione), è la conferma che l’Italia, pur attraversata da mille tempeste, è rimasta immobile. Anzi, si è mossa ma con il passo del gambero, all’indietro. Oggi l’inflazione non è più un problema ma c’è un’altra percentuale che inquieta il Paese e rispetto alla quale le ricette sono state solo quelle fasulle di una precarietà spinta oltre il limite del tollerabile attraverso la proliferazione di forme contrattuali, la svalutazione del lavoro e la sua trasformazione in una merce come tutte le altre da acquistare a prezzi di saldo e per giunta senza una congrua garanzia. Creatività normativa al servizio del nulla perché come dice un esperto di queste cose, Tiziano Treu, alla resa dei conti sono sufficienti quattro tipologie di contratti: tempo indeterminato, tempo determinato, part time e apprendistato. E ancora: la flessibilità può essere governata e controllata attraverso il negoziato tra le parti ma deve poter contare su un paracadute. Bisogna, insomma, ripensare la flessibilità per disboscare la giungla contrattuale e fornire certezze a quella che si candida a essere la “generazione perduta”; bisogna rivedere il welfare perché da un lato non è accettabile che si spendano tanti soldi per non fare lavorare la gente (meglio investirli per creare opportunità di impiego) e dall’altro è intollerabile che chi più degli altri è esposto al rischio di temporanei periodi di disoccupazione (e i precari lo sono) non possa al momento contare su sostegni economici che attenuino il disagio. Se il liberismo sfrenato ha portato il suo attacco al cuore dello Stato sociale, il riformismo deve puntare a rilanciare lo stato sociale rivendendone l’articolazione, adeguandolo a un mondo produttivo che non è più quello di mezzo secolo fa fondato sull’industria, ripulendolo dalle incrostazioni burocratiche, rendendolo più semplice e accessibile (per chi è in difficoltà), creando le condizioni per l’eliminazione degli sprechi. Soprattutto facendo pagare chi più ha e chi ha più lucrato in questi anni: se lo dice il sindaco di New York, Bill De Blasio, perché non dobbiamo proporlo noi, nella vecchia Europa, cioè nel Continente che a queste tematiche è stato sempre più attento provando ad addomesticare gli “spiriti animali” del capitalismo?
E poi bisogna smetterla di alimentare questa inutile, improponibile, autodistruttiva guerra generazionale che viene giocata attaccando pensioni e, soprattutto, pensionati, non per aiutare i giovani a trovare un futuro, ma per realizzare una delle ossessioni (l’altra è l’annientamento del servizio sanitario nazionale) dell’ultraliberismo trionfante, cioè l’abolizione di una vecchiaia dignitosa e al riparo dalle incertezze, per quanto possibile. Ossessioni che non hanno motivazioni semplicemente ideologiche, fondandosi, al contrario, su interessi estremamente venali, economici, meglio ancora, finanziari: trasferire al privato il lauto affare della previdenza sociale, per lucrare profitti più che per garantire protezioni. Al di là delle distorsioni del sistema che vanno individuate con serietà (non con demagogia e populismo) e “curate”, la stragrande maggioranza di chi va in pensione non si appropria indebitamente di un privilegio ma esercita legittimamente un diritto che non solo ha conquistato con decenni di lavoro, ma anche “acquistato” versando (e facendo versare ai datori di lavoro) congrui contributi. Siamo quasi un mondo a parte. Perché se in diversi paesi dell’Unione Europea i pensionati godono di condizioni fiscali di favore, in Italia vengono annichiliti da un trattamento apertamente sfavorevole (come testimoniano le varie leggi finanziarie o di stabilità varate negli ultimi anni) che li porta a versare nelle casse statali più di quanto non versi un lavoratore in attività. Un esempio di vero e proprio “accanimento impositivo”. ..
Pensare che si creino posti di lavoro “perseguitando” gli anziani, spingendoli sempre di più verso la soglia della povertà, declassandoli a soggetti inutili, passivi e parassitari, alimentando risentimenti generazionali, è sbagliato non solo per elementari motivi etici, ma anche per questioni prettamente pratiche: se la mamma dei bischeri è sempre incinta, di conseguenza bischeri si può essere a sessanta come a vent’anni, l’utilità sociale, insomma, non ha nulla a che vedere con i dati anagrafici indicati sulla carta di identità; se l’Italia ha attutito gli effetti perversi della crisi il merito è di un welfare familiare che consente agli ultratrentenni senza “posto fisso” di poter usufruire di un tetto e di un vitto garantito da mamma e papà (e questo discorso vale soprattutto per i precari che, al contrario, dallo Stato, lo stesso Stato che sembra avere in odio i pensionati, sono abbandonati); se il disagio sociale non si è trasformato in rivolta sociale la ragione va ricercata nel fatto che i licenziamenti di massa per motivi economici (ben oltre quelli individuali prefigurati da Elsa Fornero) sono stati, in diversi casi, rivestiti con l’abito più elegante dei prepensionamenti “volontari” o delle dimissioni anticipate e agevolate con uno “scivolo” economico in prossimità del raggiungimento dell’età pensionabile (gli uni e le altre sollecitati più dai datori di lavoro che dai lavoratori). Peraltro l’abbinamento di crescita demografica bassa e allungamento della vita, renderà sempre più urgente il problema della riutilizzazione e della valorizzazione degli ultracinquantenni che in Italia sono oltre ventiquattro milioni, come aveva profetizzato Jeremy Rifkin a metà degli anni Novanta…

La questione è, allora, un’ altra: come affrontare il problema di una crescita che spinga effettivamente l’occupazione in un Paese in cui i senza lavoro hanno sfondato la soglia del 12 per cento e raggiunto quella del 13, in una fase in cui le ristrutturazioni e la modernizzazione dei processi produttivi stanno determinando non solo la perdita di posti ma la perdita di lavori? Come si ribalta un rigorismo perverso che semina incertezze creando un circolo vizioso che precipita i deboli sempre di più nella povertà? Basta la rincorsa ai capitali stranieri attraverso l’abbattimento dei diritti dei lavoratori quando anche la Cina dimostra che la crescita è solida solo quando si fonda soprattutto sugli investimenti nazionali? Possiano ancora fare a meno di quello stato innovatore (e, quindi, imprenditore) evocato da Mariana Mazzucato, in un Paese che fa pochissima ricerca e innovazione e che ha fissato sul Garigliano una sorta di linea gotica economica al di sopra della quale c’è un’Italia comunque prospera (in Trentino il prodotto pro-capite supera i 34 mila euro) e al di sotto della quale c’è un’altra Italia (il prodotto pro-capite della Calabria è largamente al di sotto della metà di quello del Trentino) biblicamente condannata all’indigenza? A questo punto potrebbe essere utile ispirarsi a quel che disse Riccardo Lombardi in una lunga intervista raccolta dallo storico Carlo Vallauri nel 1976: «Io pongo il problema in termini provocatori: una società deve arrivare al punto in cui deve stabilire che il lavoro è la variabile indipendente. Oggi l’occupazione, il salario, tutto viene giudicato ed organizzato in funzione della compatibilità con alcuni elementi: la bilancia dei pagamenti, la moneta, il profitto. Bisogna invertire i criteri, fare della piena occupazione la variabile indipendente; saranno le altre variabili a doversi rendere compatibili con la piena occupazione». Lombardi non ha mai rinunciato nella sua vita all’utopia e in quelle parole, da lui stesso definite provocatorie, c’era evidentemente tanta utopia. In un mondo globale le variabili sono ormai innumerevoli e metterle tutte al servizio di una sola appare complicato. Ma ciò non toglie che questa spinta utopistica possa essere il motore di una nuova politica, in cui la crescita si associ al lavoro, al reddito e non alla rendita…

Non è solo una questione di redistribuzione del reddito (dall’alto verso il basso, sia chiaro), è una questione più ampia: la ricostruzione delle ragioni che consentono di stare insieme, che non tocca semplicemente gli aspetti geografici (scellerata predicazione di partiti che hanno cercato per anni i consensi nella pancia di una parte del Paese, mai nella mente e ora, opportunisticamente, rivolgono le loro attenzioni elettorali verso coloro che un tempo erano oggetto di rifiuto e dileggio perché nel frattempo hanno trovato altri su cui scaricare le colpe dei mali del mondo), ma quel complesso di valori che uno storico come Giovanni De Luna ha definito “religione civile”, cioè quel patrimonio morale che consente a uno stato di non essere, come pure Klemens von Mettermich disse dell’Italia, una semplice espressione geografica, ma una robusta manifestazione istituzionale e culturale, una collettività organizzata sulla base di una esperienza, di una lingua, di una musica, di una letteratura comune anche di una sofferenza comune come fu per l’Italia l’occupazione nazista e la guerra di liberazione. Ma, purtroppo, continua ad avere ragione Ferruccio Parri quando sosteneva che la Resistenza non è riuscita a diventare l’architrave di quella religione civile di cui parla De Luna perché era stata il frutto di una “frattura” interna al Paese.
E’ difficile, però, che questo possa avvenire se in pochi stanno molto bene (troppo bene) e in tanti stanno male (troppo male). Al termine della sua lettera aperta sull’affare Dreyfus, al termine del suo “J’accuse”, Emile Zola diceva a «Monsieur le President»: «L’atto che io compio non è un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità». A quella “felicità” (collettiva), alla sua ricerca fa riferimento anche la costituzione americana. Quella italiana, poi, ha scelto addirittura il lavoro come suo fondamento essenziale. Ma oggi questo “fondamento” democratico appare nel nostro Paese sempre più degradato, indebolito, assediato, dimenticato, derelitto. Insieme al modello sociale all’interno del quale è inserito. Nel 2012 la Fondazione Friedrich Ebert (legata alla Spd) e la Fundacion Alternativas (significativa la sua “ragione sociale”: Centro di Riflessione, idee e proposte progressiste per un mutamento politico economico sociale e culturale della società) hanno redatto un rapporto (titolo: Lo stato dell’Unione Europea – Il fallimento dell’austerità) in cui vi è una proposta quasi rivoluzionaria di questi tempi. Klaus Busch in un articolo dopo aver sottolineato che i salari reali in Italia sono diminuiti dell’1,5 per cento nel 2011, dell’1,4 nel 2012 e dello 0,7 nel 2013 (in relazione a una media europea che ha fatto segnare un decremento dello 0,1 nel 2012 e un incremento dello 0,3 nel 2013), dice che, dopo i tanti obblighi che l’Europa ha imposto alle nazioni indisciplinate, non sarebbe male se adesso venisse inclusa «una clausola di progresso sociale nel trattato Ue, che a livello europeo sancisca la priorità dei diritti sociali fondamentali rispetto al mercato». I dati e le previsioni, d’altro canto, sono impietosi. Si calcola che nel 2016 la metà della ricchezza globale sarà nelle mani dell’1 per cento della popolazione mondiale. In Italia negli anni della crisi i ricchi sono diventati sempre più ricchi: nel 2008 le prime dieci famiglie italiane detenevano un patrimonio pari a 58 miliardi mentre il 30 per cento dei connazionali più poveri (18 milioni di persone) ne controllava uno di 114 miliardi; nel 2013 il patrimonio dei dieci più agiati è salito a 98 miliardi, quello dei 18 milioni meno agiati è sceso a 93 miliardi. Piketty ha sottolineato come la distribuzione patrimoniale di oggi sia analoga a quella di un secolo fa, a conclusione del primo processo di globalizzazione, alla vigilia della Grande Guerra e molto prima dell’avvio delle politiche redistributive del New Deal e della nascita della società middle class. Siamo tornati, insomma, a quel mondo spesso evocato da Paul Krugman composto da pochi ricchi, tantissimi poveri e con un ceto medio numericamente inconsistente (soprattutto per alimentare un mercato di massa): come si possa pensare in queste condizioni di rivitalizzare la domanda interna, motore principale di una crescita invocata con riti propiziatori simili alla danza della pioggia, è un rebus a dir poco irrisolvibile…

Dice Alexis Tsipras, leader di una Grecia che ha consegnato all’Europa gli strumenti per pensare (“La memoria è lo scriba dell’anima”, ammoniva Aristotele, forse già pensando alla Merkel) e ora trattata dall’Europa come un fastidioso peso di cui liberarsi: «Non si può ritenere che faccia parte del progresso lo svilimento della persona umana e dei suoi bisogni». D’altro canto con l’idea di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni quale rapporto ha questa Europa di freddi burocrati al servizio di poteri fortissimi, che consente a un organismo come il Fondo Monetario Internazionale di considerarsi leso nei suoi diritti di creditore da un governo che “pretende” di adottare misure umanitarie a fronte di un disagio sociale crescente, una disoccupazione inarginabile e una povertà dilagante? E che fine fa l’Europa dei popoli nel momento in cui viene considerato irricevibile il grido di dolore di uno di quei Popoli che può anche aver sbagliato nella scelta dei suoi governanti ma non per questo merita di essere sottoposto a una sorta di giudizio universale con sentenza definitiva e senza appello? Quesiti che interpellano il nostro domani, addirittura più che il nostro presente.
E allora, al nuovo “panpoliticismo” che predica strumentalmente un illusorio rapporto diretto con i governati (che, nella realtà, si configura come una forma ammodernata di “democrazia del Capo” o “autoritaria”, estetica vanagloriosa dell’uomo solo al comando), il sindacato ha la possibilità di contrapporre una azione come proposta socialmente unificante e visione di futuro. Oggi più di ieri, in una società in cui i partiti intendono il governo come gestione del potere e forma di comando o, in contrapposizione, come contestazione anti-sistema (come dice Ilvo Diamanti) senza programmi alternativi, il sindacato ha la possibilità di ri-legittimarsi recuperando il senso di una azione che riguardi le cose da fare per riformare profondamente la società (il riformismo rivoluzionario di lombardiana memoria), non quelle da realizzare per dominarla o distruggerla in quel falò delle vanità che ogni sera, all’ora di cena, viene acceso nei numerosi talk show della Penisola.

* Dal libro “Il divorzio di San Valentino – Così la scala mobile divise l’Italia. Con un’ analisi di Antonio Agosta sul voto referendario”, Fondazione Bruno Buozzi, 2015, pagg. 617

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