fBB Dalla Fiat alla Fca

   25 Luglio 2018

Dalla Fiat alla Fca

Intervista a Giorgio Benvenuto di Sandro Roazzi

Marchionne “Fiat? Dovremo abituarci a chiamarla Fca e prepararci, probabilmente a nuove fusioni. La vita delle multinazionali nella globalizzazione è questa. Indietro non si torna. Ma mi auguro che l’Italia possa svolgere ancora un ruolo. Non solo per difendere e creare lavoro, ma perchè Fiat fa parte della nostra storia. Fiat è un mondo di protagonisti, successi, errori, dolori e drammi. Se penso Fiat, i ricordi si affollano nella mia mente”. A parlare è Giorgio Benvenuto, segretario generale della Uilm nell’autunno caldo del 1969, poi Segretario della Flm con Carniti e Trentin, prima di diventare il leader della Uil.
La Fiat, oggi con Chrysler diventata Fca, è approdata all’ennesima, inedita, svolta. Il dolore accompagna la sorte umana di Marchionne, nuovi manager si affacciano alla ribalta del gruppo automobilistico, successori di grandi personalità del passato.
“Come vedo la storia della Fiat? Come un zigzagare nelle vicende politiche ed economiche ma anche con alcuni elementi di continuità. In occasione del Centenario della Casa torinese Gianni Agnelli ricordò che agli inizi del ‘900 a Torino c’erano più fabbriche di quante oggi ne esistono nel mondo. Era l’habitat congeniale per una grande impresa. Quella Fiat era legata all’Italia ed allo stile sabaudo di Torino. Ma il vestito italiano gli andava anche stretto. Fin dall’inizio guardò a quello che accadeva fuori dei nostri confini. Basti pensare all’attenzione prestata all’organizzazione del lavoro in Ford, il fordismo. Naturalmente la Fiat crebbe enormemente durante la prima guerra mondiale e poi con il fascismo. L’inaugurazione di Mirafiori fu un evento con il fondatore, Agnelli, e Valletta in camicia nera alla presenza di Mussolini che parlò davanti ad una grande incudine. Il nipote ricordando quei tempi con l’ironia che gli era propria raccontò poi che il nonno nel magnificare la nuova fabbrica a Mussolini gli ricordò anche lo spettacolo degli operai in camicia nera. Al che il duce, che se ne intendeva, gli rispose: avevano la camicia nera, ma il cuore era rosso…

Era i tempi di una affermazione che rasentava l’onnipotenza…
“L’orgoglio Fiat era rappresentato allora da uno slogan che oggi sarebbe un tweet di grande efficacia: terra, mare, cielo, faceva tutto. Auto, motori per navi ed aerei, autocarri, macchine per l’agricoltura. Già allora, non dimentichiamolo, era insofferente nei riguardi della Confindustria. Così diventò un gigante che piegò le gambe alla fine della seconda guerra mondiale. Gianni Agnelli ricordò che quando vi fu il funerale del nonno – la partecipazione ai funerali tradizionalmente vengono intesi anche come un indice di popolarità – erano pochissime le persone presenti, segno di isolamento.
La ripresa, con Valletta che evitò processi ed emarginazioni, si va ancora una volta a intrecciare con due direttrici precise: la ricostruzione dell’Italia, poi miracolo economico, ma anche il tentativo di espandersi all’estero. Argentina, Brasile, la Seat poi ceduta in Spagna, l’assalto alla Peugeot e, infine, come non ricordare il grande stabilimento a Togliattigrad dal significato politico e industriale indubbio”.

Già allora la Fiat era un grande potentato…
“Con alcune caratteristiche molto marcate. In primo luogo il carattere piemontese e, di conseguenza, un gruppo dirigente italiano. Quando Gianni Agnelli prese la guida del gruppo, si racconta che il primo intervento al management lo fece in inglese. Poi disse chiaro e tondo che i dirigenti avevano tre mesi per mettersi in condizione di affrontare i problemi aziendali padroneggiando la lingua inglese. Figurarsi cosa debbono aver pensato i vecchi dirigenti torinesi che dovettero in fretta e furia “aggiornarsi”. Talvolta ho pensato che l’Avvocato pensasse.. in inglese. Stare nel mondo diventa una ambizione ancora più marcata. In questo senso anche la stagione di Marchionne si iscrive in questa logica di continuità. Ovviamente assai più pronunciata con l’avvento della globalizzazione”.

La Fiat diventa un traguardo ambito per tanti lavoratori in quegli anni…
“Certo, ma non faceva gola solo il lavoro stabile. Fiat voleva dire anche, già negli anni ’50, previdenza integrativa e cassa sanitaria. Voleva dire casa e colonie per i figli. Un sistema…per la vita. Capitava di sentire operaie che con orgoglio dicevano di aver partorito in clinica, quando i figli nascevano spesso in casa, proprio per merito della cassa mutua interna. Faceva da contraltare, va detto, la presenza dei reparti confino, la durezza dei ritmi, la mancanza di diritti che oggi sembrano scontati”.

Diritti, ovvero sindacato…
“E su questo punto vanno notate delle discontinuità nel tempo. Con Valletta la Fiat punta, talvolta cerca la divisione sindacale. Gli accordi li fa con le commissioni interne, con alcuni sindacati, ma l’obiettivo – rafforzato dalla nascita di un sindacato aziendale che poi avrà una sua evoluzione - è quello di indebolire il sindacato, la Fiom in particolare.
Con l’avvento di Gianni Agnelli, ma anche poi di Romiti, la Fiat non persegue più l’obiettivo di dividere i sindacati. Si scontra e si confronta, ma con l’intero sindacato. Anzi ricordo che quando il gruppo dirigente della Uilm guidato dal sottoscritto alla fine degli anni ’60 fu estromesso dalla Uil di Vanni avvenne un episodio significativo. Umberto Agnelli convocò una riunione ristretta per discutere sulle prospettive. Bene invitò tre sindacalisti: Carniti, Trentin, Benvenuto.
Quando nell’autunno del 1980 la durissima vertenza alla Fiat viene decisa dalla marcia dei 40 mila, la Fiat aveva ingaggiato un braccio di ferro durissimo con il sindacato, ma con tutto il sindacato. E nella vicenda della scala mobile il suo comportamento è ambiguo: Agnelli è per l’accordo di San Valentino, Romiti in giunta della Confindustria vota no.
Agnelli risulta anche determinante nella conclusione dei contratti dei metalmeccanici. Allora avevamo a che fare con un negoziatore tenace come Felice Mortillaro alla guida di Federmeccanica. Bene, in due contratti, 1973 e 1976, riuscimmo a convincere Agnelli a far concludere una trattativa che non si sbloccava. Il compito “ingrato” toccava a Trentin che al telefono riusciva a far leva sulla “generosità” aristocratica dell’Avvocato con grande abilità. Però il confronto, dialettico ed aspro, era con tutto il sindacato…”

A Marchionne rimproverano invece di essere tornato alla logica della divisione…
“Non credo ad un Marchionne antioperaio. No, per me Marchionne non ha cercato la divisione , ha lanciato una sfida e se fosse stata colta, senza visioni veteroideologiche di qualcuno, da tutti e tre i sindacati metalmeccanici si sarebbe fatto un grande passo avanti nelle relazioni industriali. Resto convinto infatti che i metalmeccanici, pur se non sono più maggioranza nella classe lavoratrice, rappresentano sempre un grande laboratorio per guardare al futuro. Ed attenzione: Marchionne, che aveva tempi stretti per decidere, dice sì all’accordo separato ma dopo che il referendum dei lavoratori ha dato un consenso maggioritario. In lui ho sempre avvertito un grande rispetto per il lavoro, per i lavoratori. E la consapevolezza che fra i lavoratori l’idea di opporsi al “padrone” è ormai tramontato per lasciare posto alla convinzione che l’azienda è un bene comune. Ed ecco perché la via della partecipazione oggi dovrebbe essere quella maestra per governare i cambiamenti”.

Agnelli certo, ma diventò Presidente della Confindustria. Marchionne ne uscì…
“Vero, ma erano tempi nei quali il confronto non poteva non avvenire fra le Confederazioni, la politica, i governi. Il compromesso storico, il terrorismo, le crisi economiche. Allora Agnelli capì che doveva utilizzare Confindustria per avere la forza di confrontarsi con protagonisti come Berlinguer, Craxi, con un sindacato più forte ed unito. Poi lentamente Fiat finì per essere perfino… punita ed alla fine degli anni ’90 vide il suo candidato alla Presidenza, Callieri, sconfitto. Era il segno di un declino che avanzava a grandi passi, fino all’avvento proprio di Marchionne che ha compiuto davvero una opera straordinaria: strappare a GM soldi preziosi per ripartire ed impedire alle banche di impossessarsi di Fiat”.

Però uscì anche da Confindustria…
“Marchionne ha sempre manifestato affetto per l’Italia, da abruzzese tenace. Ma si è sentito un cittadino del mondo. La sua visione non poteva essere quella di una Confindustria lenta ne percepire i mutamenti, assai poco “internazionale”, un insieme mal assortito di gruppi ex pubblici ed aziende private che peraltro nel territorio vanno per conto loro. Al comando di una multinazionale non poteva poi considerare il contratto nazionale come il cuore del rapporto con sindacati e lavoratori. Quel cuore era in Fca, era nel percorso che aveva deciso di proporre a se stesso ed ai dirigenti e lavoratori del gruppo. Ecco perché il contratto di gruppo, quello aziendale diventavano una priorità. Un ultima osservazione. Contratto nazionale certo, ma in quale Paese? Un Paese che per un gruppo internazionale come Fca ormai significava assai meno che nel passato. E’ inevitabile. Soprattutto se si tratta di un Paese che oscilla fra il provincialismo ed un confuso internazionalismo. I sindacati, intendiamoci, hanno fatto benissimo a difendere i contratti nazionali, ma nella competizione internazionale penso che Marchionne abbia pensato che doveva fare da solo. E non per caso altri lo hanno seguito. Per andare avanti dobbiamo comprendere le ragioni degli altri. L’impegno di Marchionne mancherà all’industria dell’auto, ne sono certo”.

Eppure resta la nostalgia per la Fiat…
“E’ una grande storia, ha deciso del protagonismo di molti di noi. Più di una volta Gianni Agnelli mi chiese come mai, io figlio di un ammiraglio, scelsi la vita del sindacalista. La domanda la ripetette in una occasione nella quale eravamo insieme, anche a mia moglie Maria soggiungendo un “sa, io sono capitano…”. Il bello è che tempo dopo, ci incrociammo in Parlamento, io ormai fuori dalla Uil, mi salutò e mi disse con quel suo fare inconfondibile: “ma perché ha lasciato il sindacato?”

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