fBB La caduta del fascismo

La caduta del fascismo

24-25 luglio 1943. Roma, ore 17 a Palazzo Venezia si riunisce il Gran Consiglio del fascismo: sarà un vertice drammatico. La riunione termina praticamente all’alba del 25 luglio, alle 2,40. Passa l’ordine del giorno elaborato da Dino Grandi che darà al re la motivazione politica per rimuovere Mussolini. Nel pomeriggio dal re si reca il “duce” che all’uscita viene arrestato. A tarda sera la comunicazione ufficiale: Badoglio è il nuovo capo del governo, con pieni poteri.
I giornali di lunedì 26 luglio 1943 uscirono con un appello firmato da Vittorio Emanule III: «Italiani! Assumo da oggi il comando di tutte le forze armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il Sacro Suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle Istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa. Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria».
Parole poi volate nel vento come la “corsa” a Brindisi dimostrerà.
Mentre i giornali andavano in stampa, Mussolini era già in una cella della caserma dei carabinieri Podgora, epilogo infelice di un fine settimana decisamente tragico. Quell’organismo che aveva voluto costituzionalizzare e poi aveva trasformato in un elemento decorativo del regime, il Gran Consiglio, gli aveva dato una spallata. Dieci ore di dibattito, a cavallo tra il 24 e il 25 luglio, accesissimo, tanto acceso da convincere un membro di quell’assemblea, Dino Grandi, a presentarsi con due bombe a mano in tasca, una la tenne per sé, l’altra la allungò al collega De Vecchi. E fu proprio Grandi a presentare il famoso ordine del giorno che venne approvato con 19 voti (vi aderirono De Bono De Vecchi, Federzoni, Ciano, Alfieri, Bottai e De Stefani, cioè il fior fiore del fascismo) contro sette e due astensioni. In realtà, non veniva chiesta la testa di Mussolini ma l’attribuzione del comando delle Forze Armate e delle Operazioni militari al Re, cioè l’applicazione di un principio costituzionale. Diceva l’ordine del giorno: «Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e la condotta politica e militare della guerra proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano; afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia Savoia». Non era la richiesta esplicita della testa del “duce” ma di un suo esautoramento e, soprattutto, un tentativo di scindere le responsabilità, lasciando solo il dittatore, fino a poco tempo prima acclamato.

24-25 luglio 1943. Roma, ore 17 a Palazzo Venezia si riunisce il Gran Consiglio del fascismo: sarà un vertice drammatico. La riunione termina praticamente all’alba del 25 luglio, alle 2,40. Passa l’ordine del giorno elaborato da Dino Grandi che darà al re la motivazione politica per rimuovere Mussolini. Nel pomeriggio dal re si reca il “duce” che all’uscita viene arrestato. A tarda sera la comunicazione ufficiale: Badoglio è il nuovo capo del governo, con pieni poteri. I giornali di lunedì 26 luglio 1943 uscirono con un appello firmato da Vittorio Emanule III: «Italiani! Assumo da oggi il comando di tutte le forze armate. Nell’ora solenne che incombe sui destini della patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. Ogni italiano si inchini dinanzi alle gravi ferite che hanno lacerato il Sacro Suolo della Patria. L’Italia, per il valore delle sue Forze Armate, per la decisa volontà di tutti i cittadini, ritroverà nel rispetto delle Istituzioni che ne hanno sempre confortata l’ascesa, la via della riscossa. Italiani, sono oggi più che mai indissolubilmente unito a voi dall’incrollabile fede nell’immortalità della Patria». Parole poi volate nel vento come la “corsa” a Brindisi dimostrerà. Mentre i giornali andavano in stampa, Mussolini era già in una cella della caserma dei carabinieri Podgora, epilogo infelice di un fine settimana decisamente tragico. Quell’organismo che aveva voluto costituzionalizzare e poi aveva trasformato in un elemento decorativo del regime, il Gran Consiglio, gli aveva dato una spallata. Dieci ore di dibattito, a cavallo tra il 24 e il 25 luglio, accesissimo, tanto acceso da convincere un membro di quell’assemblea, Dino Grandi, a presentarsi con due bombe a mano in tasca, una la tenne per sé, l’altra la allungò al collega De Vecchi. E fu proprio Grandi a presentare il famoso ordine del giorno che venne approvato con 19 voti (vi aderirono De Bono De Vecchi, Federzoni, Ciano, Alfieri, Bottai e De Stefani, cioè il fior fiore del fascismo) contro sette e due astensioni. In realtà, non veniva chiesta la testa di Mussolini ma l’attribuzione del comando delle Forze Armate e delle Operazioni militari al Re, cioè l’applicazione di un principio costituzionale. Diceva l’ordine del giorno: «Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d’indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e la condotta politica e militare della guerra proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano; afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia Savoia». Non era la richiesta esplicita della testa del “duce” ma di un suo esautoramento e, soprattutto, un tentativo di scindere le responsabilità, lasciando solo il dittatore, fino a poco tempo prima acclamato.

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