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Il Divino Raffaello

Una grande mostra Roma fino al 2 giugno

Una grande mostra Roma fino al 2 giugno È iniziata ieri a Roma, presso le Scuderie del Quirinale, la mostra dedicata a Raffaello Sanzio,un’esposizione magistrale, che rimarrà nella storia. Sono mesi che se ne parla, i prestiti sono arrivati da tutto il mondo, anche dal Louvre e da Washington.
Perché si è scelta Roma come sede della mostra? Perché è proprio qui che Raffaello divenne quello per cui è ricordato ancora oggi.
Nato ad Urbino, spostatosi tra Siena e Firenze, oltre che avere commissioni nelle Marche, giunse a Roma dove arrivò la fama e la gloria. I Papi furono i suoi principali committenti.
Era il 1508 quando giunse nella capitale e papa Giulio II stava apportando dei cambiamenti epocali sia urbanistici che artistici. Michelangelo Buonarroti stava già lavorando nella Cappella Sistina, il Sanzio venne chiamato a decorare le stanze situate al secondo piano del Palazzo Apostolico, nella parte nord. Giulio II volle la ridecorazione di queste ultime (già affrescate nel Quattrocento da Piero della Francesca e Andrea del Castagno solo per citarne alcuni).
La grazia e l’eleganza che contraddistinguono le sue opere non hanno eguali. Raffaello è da sempre sinonimo di eleganza. I suoi ritratti sono altisonanti, non solo quelli dei Papi (Giulio II e Leone X), ma anche quelli "privati": la "Fornarina", la "Velata", il ritratto di Baldassarre Castiglione e il magistrale "Autoritratto con amico" in prestito dal Louvre.
Non si esagera nel dire che sembra aver anticipato la fotografia. Chissà cos’altro avrebbe potuto realizzare se solo fosse vissuto di più. Una forte febbre lo portò via a soli 37 anni. A niente valsero le cure provate. Vasari ci dice che stette male per ben quindici giorni, in preda a deliri e salassi continui. C’è chi disse che avesse contratto qualche malattia venerea e la cosa non stupirebbe visti suoi "eccessi amorosi".
Tutti lo compiansero, soprattutto la corte pontificia che amava fortemente la sua arte e avrebbe ancora voluto giovarne. Il suo corpo è sepolto al Pantheon. Così recita l’epitaffio scritto dall’umanista Pietro Bembo e inciso sulla sua tomba: "Qui sta quel Raffaello, mentre era vivo il quale, la gran madre delle cose temette d’esser vinta e, mentre moriva, di morire".

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