fBB Virus biologico e tecnologia: una riflessione

   09 Marzo 2020

Virus biologico e tecnologia: una riflessione

di Marco Bracconi*

di Marco Bracconi* Intere regioni blindate, città spettrali, relazioni a distanza di sicurezza, società sospese. Incertezza, ospedali, mascherine. E poi ancora incertezza. Quello che bisogna fare adesso è chiaro, anche se facciamo fatica a capirlo fino in fondo: stare a casa, come ci implorano gli scienziati. Ma questo è anche il momento di immaginare il futuro, preparandoci al possibile cambio di paradigma che ci attende quando tutto - si spera - sarà tornato sotto controllo.

Si dice che l’inquietudine per il virus misterioso stia cambiando il significato che attribuiamo alla parola virale, traslandolo dal mondo in positivo della Rete (fatte salve le fake news) a quello tenebroso della malattia e della morte. Staremmo dunque assistendo alla rivincita di una parola che è stata espropriata dal web della sua millenaria cattiva fama? Siamo davvero di fronte ad una cesura semantica decisiva tra il reale e il virtuale? Una lettura di superficie ci dice inesorabilmente che le cose stanno così. Ma è utile prendere in considerazione anche l’ipotesi opposta, con tutte le sue conseguenze di ordine sociale, senza timore di deragliare nella distopia visto che nella distopia siamo già dentro.

Assumendo questo punto di vista ci si accorge che lo tsunami che sta per diventare globale è (anche) uno strepitoso spot per i grandi e capillari poteri del digitale. Quando le persone non possono più stare assieme, una vicina all’altra, è inevitabile che chattino di più, stiano più tempo sui social, cerchino in Rete sempre più informazioni. Se si limitano fortemente i contatti fisici l’asse della vita di relazione si sposta automaticamente dal corpo al linguaggio. E lo stesso processo interessa le società quando vengono sospese ad libitum: si fa lo smart working, l’e-learning, lo yoga in streaming e la mindfulness su instagram tv. In sostanza, nel pubblico e nel privato, nel personale e nel politico, il messaggio all’inconscio collettivo è univoco e rassicurante: se le cose peggiorano le reti vi garantiranno comunque la continuità, se le università chiudono vi farà laureare lo stesso, per mezzo del vostro smartphone sarete sempre aggiornati e grazie alle app non perderete mai i contatti col resto del mondo. Insomma: la tecnologia (non la scienza, che in questo frangente brancola nel buio), vi consentirà di andare avanti pure se un virus bastardo manda per un paio di mesi in purgatorio una decina di pilastri della vostra civiltà.

La cosa in sé non sarebbe neanche un male, un salvagente in caso di emergenza torna sempre utile. Solo che questo processo si accompagnerà agli esiti politici a medio termine dello shock da Covid-19, che non promettono nulla di buono. Anche qui: si sente dire che questa storia del virus ci farà comprendere che i confini sono concetti inservibili nel mondo contemporaneo. E invece è possibile che accada l’esatto contrario. Se la crisi diventerà planetaria e durerà mesi, essa diventerà subito dopo l’habitat ideale per la seconda ristrutturazione del capitalismo globale nel giro di poco più di un decennio: 2008, 2020. Ci saranno allora - come allora - morti e altrettanti feriti, non più solo di polmonite. Ne usciremo con ampie fasce sociali rabbiose e l’intera comunità più fragile, dunque più bisognosa di protezione e più disponibile ad affidarsi, e quando il popolo scambia la delega per affidamento questo si traduce quasi sempre in Nazione. Altro che società aperte.

Se questo scenario pessimistico (ma non proprio inverosimile) si verificherà la grande differenza tra le due crisi sarà che ai tempi della Lehman Brothers il capitalismo digitale emetteva i primi vagiti, mentre ora è una infrastruttura portante del sistema. Anzi, mentre il sistema va in tilt, sono solo le reti a reggere. Tutto rallenta, frena o si ferma, intanto ciò che viaggia online corre come prima e resta stabile quando tutto attorno ci sembra indecifrabile. Per un clamoroso (ma non troppo ) paradosso, il virtuale diventa l’unica realtà alla quale aggrapparsi. Più che parlare della parola virale che cambia significato, dovremmo allora guardare al futuro come il tempo in cui il salto di status culturale del digitale si potrebbe saldare con i possibili processi autoritari alimentati dalle ansie e dalle tensioni sociali, psicologiche ed economiche. È possibile che il coronavirus, del tutto involontariamente, diventi l’innesco per la definitiva (e dolorosissima) riconversione del capitalismo globale in direzione tecnologica e digitale. E forse alla fine di tutta questa storia diremo che dopo oltre due decenni di transizione il "nuovo mondo" è nato dall’ironica alleanza tra un virus biologico e internet, la tecnologia che più di tutte gli assomiglia.

Le varianti che possono scongiurare questo esito sono molte, primo tra tutti il fattore tempo. Molto dipenderà da quanto durerà l’emergenza. Se ancora poco, come sembra improbabile, tutto tornerà più o meno come prima. Se durerà invece molto più delle ragionevoli previsioni, avremo a che fare non più con una ristrutturazione delle forze in campo ma con una vera e propria ricostruzione sul modello del dopoguerra. Ma in caso di shock prolungato, eppure a termine, sarebbe bene fin d’ora cominciare a immaginare strategie sociali e soluzioni globali che si contrappongano alla tentazione del neoliberismo hi-tech di capitalizzare a dismisura la sterilizzazione dei corpi in corso.

C’è una bizzarra (ma non troppo) circostanza che rende questa immagine suggestiva. Oltre a graziare in toto i nativi di Youtube, il covid-19 possiede come tutti i virus la caratteristica di comportarsi diversamente da individuo a individuo. Esattamente la stessa cosa che fanno gli algoritmi quando ci profilano. Curioso, no?

* L’autore è giornalista di Repubblica

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